mercoledì 20 maggio 2009

UNO DEI RACCONTI: TERESA E IL BUIO


Teresa aveva sempre avuto paura del buio. Quand’era bambina e combinava qualche pasticcio, per spaventarla la nonna le raccontava di demoni e spiritelli maligni che la notte si divertivano a solleticare i piedi a chi era stato cattivo. Erano storie create apposta per farla stare buona, che la nonna dimenticava fino alla marachella successiva, ma Teresa no. La sera si raggomitolava nel letto come un ghiro, stando ben attenta a non allungare le gambe, tendeva l’orecchio per captare i rumori della casa addormentata ed ogni sussurro, ogni scricchiolio, ogni spiffero la faceva sussultare. Il timore del buio non l’aveva lasciata piú, anche una volta cresciuta non scordava mai di tenere accesa una luce sul comodino per avere un po’ di conforto. Una mattina come tante, mentre guidava verso l’ufficio, d’improvviso aveva notato un uomo in una piazzola di sosta, piegato in due con le mani sul cuore. Senza pensarci, d’istinto, l’aveva subito raggiunto e, fermata la macchina accanto a quella dell’uomo, aveva chiamato i soccorsi con il cellulare. Si era girata solamente un attimo, un’auto lanciata a folle velocità l’aveva travolta, senza arrestare la sua corsa. Così erano iniziati sette anni di buio, lei fluttuava consapevole unicamente di quel nero perenne che la circondava. La famiglia sperava, di una speranza cieca e sorda, di chi non vuole né vedere né sentire la realtà perché troppo dolorosa da sopportare, un’illusione che si nutriva di nulla. La trattenevano -attaccata a quei tubi che le fornivano ossigeno e la nutrivano- per egoismo, ripetendo a se stessi che era per lei che non si arrendevano. L’esistenza di tutti aveva continuato il suo corso, l’uomo che aveva aiutato era vivo, lo era anche l’automobilista che, senza mai chiedere perdono, l’aveva condannata. Chissà se di notte sentiva prurito ai piedi. Il fratello le aveva portato una lucina verde, rotonda, come quelle che vegliano il sonno dei bambini, ed un’infermiera la fissava al muro per Teresa ogni sera, ma lei non riusciva a vederla. Di tanto in tanto delle crisi indebolivano l’involucro sottilissimo in cui era prigioniera, con quella pelle ormai quasi trasparente, il corpo tanto leggero che l’infermiera poteva facilmente sollevarla senza sforzo con una sola mano, quand’era ora di cambiare le medicazioni. Ogni volta poteva essere l’ultima. Nessuno, nonostante quel lungo silenzio, era preparato a dirle addio. I medici della clinica in cui Teresa era ricoverata non si stupivano di quella tenacia; ce n’erano molti altri, muti come lei, stesi in un letto con gli occhi chiusi, fermi e pesanti come pietre, ed accanto c’era sempre una madre, un padre, qualcuno che voleva crederci, che tornava ogni giorno, che commentava con emozione un battito di ciglia, un quasi impercettibile movimento. Si voleva bene, quella gente alla deriva, si cercava per non sentirsi sola, come una grande famiglia che attende il ritorno di qualcuno in viaggio in un luogo molto lontano ed ogni seppur minimo gesto pareva loro un messaggio in bottiglia che diceva “Sono qui! Non lasciatemi andare!”. I dottori sapevano che sarebbe arrivato anche il momento della scelta e non avevano fretta; dopo, chi restava si sarebbe ricordato di tutti quei giorni, con un misto di dolore e vergognoso sollievo, meravigliandosi di come la loro speranza si fosse attaccata a qualcosa d’impalpabile, a niente di concreto, e nonostante tutto non fosse mai venuta meno. Per Teresa il momento si presentò dopo una crisi piú forte delle altre, che per un mese intero non si era decisa tra la vita e la morte ed alla fine aveva lasciato ad altri quella decisione. Lei non sopportava piú il buio, gridava senza voce di salvarla dalle tenebre, ma fuori nessuno la udiva. L’uomo si era presentato l’ultimo giorno, ad occhi bassi aveva parlato con i suoi, chiesto cosa poteva fare per farsi perdonare. L’avevano guardato indifferenti, annebbiati dalle lacrime, prosciugati d’ogni forza, gli avevano mostrato il monitor da spegnere. Con un gesto pesante, faticoso, della mano, l’avevano incitato a procedere. Lui ormai era lí, forse, anzi sicuramente, si era pentito di essere uscito di casa, quella mattina, e di aver raggiunto l’ospedale, ormai non aveva piú, comunque, la possibilità di tirarsi indietro. Negli ultimi istanti, aveva capito che anziché levarsi un peso la sua coscienza ora dovrà imparare a convivere con un tormento ancora maggiore: con la sua corsa impazzita sul nastro d’asfalto, quel giorno, aveva privato Teresa di tutto, ora le stava per togliere anche la vita. Infine aveva spinto il bottone tremando, senza capire se era bene o male ciò che stava facendo, intorno il silenzio si era riempito di mille pensieri e lei, finalmente, aveva rivisto la luce.

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