lunedì 8 giugno 2009

LA FESTA DEL RITORNO-RACCONTO DEL LIBRO


Arrivano di corsa da una stradina ripida che sbuca nella piazzetta del paese. Sembrano poche a chi le osserva, e sono in tanti ad aspettarle, fermi davanti al campanile della chiesetta di San Giorgio, patrono dei pastori, ma è perché procedono compatte, a volte incespicando fra loro quasi fossero un’unica macchia bianca in cammino, come un manto di neve ondeggiante trasportato dal vento, intervallato qua e là da un puntino scuro. La gente applaude, ride, le incita a procedere; loro sanno dove andare, ma fingono di ignorarlo, ed allora il pastore le riprende in fretta, afferrandole per il collo, le rimette in fila verso il recinto. La folla intorno sorride, quasi compiaciuta, ogni volta che una riesce a scappare di nuovo; ci sono anche turisti, oggi, fra il popolo della montagna. È facile riconoscerli, qui come un po’ dappertutto. Di solito i forestieri sono quelli che indossano tute e cappellini dai colori sgargianti, fosforescenti, quasi a volersi distanziare ancora di piú dagli abitanti del borgo, e questo è un paese fatto ancora di contadini con le camicie a quadri e gli scarponi. Non stanno a guardare se è roba di tendenza, di marca, basta sia in grado di proteggere dall’aria fresca che tira quassú, buona per lavorare nei prati o per accudire le bestie, chi ne ha ancora. Di solito si distinguono senza difficoltà, sono quelli che portano il bambino con la carrozzina fin sui sentieri piú impervi, o scattano fotografie a luoghi banali, tralasciando un momento, un volto, un fatto che potrebbero invece fare la differenza o quelli che non sanno bene dove stare, o cosa aspettarsi di vedere e sentire. Sono quelli che non si mischiano mai del tutto ad un luogo, perché lí non ci sono nati, e non sanno quanto sono cresciuti gli alberi o come cambiano le foglie durante le stagioni, non conoscono l’odore dell’aria che preannuncia la neve o i periodi in cui il fiume è calmo, oppure fa sentire la sua voce anche di notte. Passano e vedono e calpestano posti senza sapere, e il faggio che ti ha visto crescere per loro è solo un faggio, ed i sassi lungo l’argine del torrente, levigati dal tempo, sempre meno aguzzi man mano che questo trascorre mentre li osservi, per loro sono solo sassi. Così per loro la festa del ritorno è unicamente un momento caratteristico, ma per la gente di qui è anche un affetto che si perpetua nei confronti delle generazioni passate, un continuare a voler bene alla terra, alla montagna, alle loro pecore, e le conoscono per nome, e sanno qual è il carattere di ognuna fin da quando erano agnelli. Ogni anno le pecore tornano insieme dalla malga che le ha ospitate per tutta l’estate, riconsegnate ai proprietari per qualche giorno, il tempo per procedere alla tosatura della lana e poi ancora su, verso l’alpeggio, ancora per qualche settimana se il tempo resta buono. Nel giorno del ritorno il paese le attende. La grande famiglia viene divisa, ogni allevatore porta verso casa i suoi animali, anche se per poco, molte volte con un vero sforzo perché le pecore s’intestardiscono e non si muovono, scalciano, belano tra loro, ed allora c’è chi le prende sottobraccio, chi dopo molti tentativi, imprecando, è ancora fermo nella piazza mentre gli altri sono già lontani, scomparsi per le vie. Stendono per terra un sacco, quelli di juta per raccogliere il fieno, legano le zampette delle bestie per evitare che si divincolino, poi con grandi forbici tolgono lo strato di lana, stando ben attenti a non procurare ferite, anche se la mano è esperta, ed alla fine le lasciano così, quasi nude, nella stalla. C’è anche chi, essendo stato premiato, gironzola per il paese con una pecora che ha al collo un campanaccio e magari passa due o tre volte dalla stessa strada, così da mostrare a tutti la pecora piú bella, ed è una fierezza che a molti può sembrare roba da poco, ma è un orgoglio semplice, pulito, che sa ancora di antico in un mondo moderno. La gente guarda sparpagliarsi la processione bianca, qualcuno segue gli allevatori per capire come lavorano. Quando nella piazzetta anche l’ultima pecora si è allontanata, la folla si disperde a poco a poco, se sono turisti commentano le foto, i video che hanno realizzato, se è gente del posto che torna a casa, parlano degli animali, si discorre su chi ha vinto e chi no e a volte c’è ci attacca baruffa sostenendo che doveva essere premiato quello al posto di quell’altro, cose così insomma, e anche per quest’anno la festa del ritorno è passata. Due giorni dopo le pecore sono nuovamente insieme, riconsegnate al pastore. A fine ottobre ogni allevatore sarà ancora lí, ad aspettarle senza gli applausi della festa, ed ancora il gruppo sarà diviso, sparso nel paese. Allora di solito una pecora bela forte, e poi risponde un’altra, ed un’altra ancora, e tutte sanno, così salutandosi, che dopo il lungo inverno si ritroveranno, e sembra che dicano l’una all’altra “Arrivederci a maggio!”, mentre l’autunno colora i boschi.

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