mercoledì 16 febbraio 2011

UNO DEI RACCONTI-MARCELLINA

Ecco uno dei racconti del libro, che narra la storia di Marcellina, in una valle povera, durante la guerra, dopo l'incendio del suo paese. Sempre pronta a rialzarsi.


MARCELLINA


Quel luglio faceva tanto caldo che anche di notte in pochi riuscivano a prender sonno e la gente credeva che quella fosse una sorta di punizione divina per qualche danno che aveva combinato, e che Dio avesse deciso di far bruciare i raccolti per rammentare agli uomini che non bisogna peccare. Che il Padreterno c’entrasse o meno, nei campi le pannocchie del granoturco parevano già pronte per essere raccolte e nei prati non s’era fatto a tempo a falciare il primo fieno che l’erba nuova s’era già seccata sotto i raggi roventi. Il contadino Gianni stava proprio rastrellando uno dei prati di prima mattina, con l’aria piú fresca, quando la moglie Rina affermò che il bambino stava per nascere e così dicendo si sedette su un cumulo di fieno preparato lí accanto mentre Gianni, trafelato, correva verso il paese abbarbicato sotto la roccia a chiamare la levatrice. Era così a quei tempi, le donne continuavano a lavorare fino alla fine e non era raro che partorissero in un campo o, come accadde in quell’occasione, mentre stavano raccogliendo il fieno nei prati. Infatti quando Gianni tornò, accompagnato dalla Cesira che aveva visto nascere i padri dei bambini di tutto il paese, si trovò davanti la moglie con il bambino già bell’e nato. La Cesira, mentre con una forbice tagliava il cordone, disse che il bambino era sano, e a vederla anche la madre pareva star bene. Mentre le due donne parlottavano Gianni se ne stava un poco in disparte: aveva visto che il nuovo nato era una bambina e non era contento. Cosa avrebbe mai potuto fare una ragazza con tutto il lavoro che avevano, con i prati e le vacche da accudire nella stalla e da portare in malga e i campi da coltivare? Avevano già un figlio maschio, è vero, ma di salute cagionevole, e proprio per questo Gianni desiderava un ragazzo forte, robusto, in grado di sopportare quel lavoro senza soste che, per quanto bello perché si stava sempre all’aria aperta, faceva arrivare a sera con la schiena rotta. Ma la Rina, che aveva intuito il disappunto del marito, gli disse allora di avvicinarsi e così facendo gli mise in braccio il fagottino, e disse che pure lei era una donna e sempre aveva faticato come gli altri senza risparmiarsi. Aveva o no avuto quella bambina mentre lavorava come un mulo senza mai tirare il fiato o protestare per riposarsi? Sentendo quelle parole Gianni si rasserenò un poco e dovette ammettere che la moglie aveva ragione anche se in fondo al cuore era ancora convinto, in parte, che sarebbe stato meglio se fosse nato un maschio. Ma questo alla Rina e alla levatrice non lo disse, mentre si risaliva il pendio per portare a casa madre e figlia e la gente del paese veniva loro incontro per festeggiare la nuova nata. Decisero di chiamarla Marcellina come la santa che si celebrava il 17 luglio, anche se la bambina era nata sette giorni prima di quella data e visto che non avevano trovato un bel nome tra i santi di quel giorno, e così la battezzò il prete del paese, poche ore dopo la sua nascita com’era in uso nei paesi a quel tempo, per paura che i bambini morissero di influenza o di qualche altra febbre prima di aver ricevuto il Sacramento. La Rina lo sapeva bene, perché aveva perso due figli gemelli qualche anno prima -erano vissuti solo un pomeriggio- e siccome il curato non si trovava erano spirati senza essere stati battezzati, ed ora, non senza il disappunto della Rina che riteneva quel fatto colpa esclusiva del parroco, erano sepolti in un angolo del camposanto, quello che chiamavano limbo, ed ogni volta che portava un fiore a quella minuscola croce che il marito aveva insistito per mettere, si chiedeva perché i suoi figli non potessero essere sepolti nella parte del camposanto dove stavano tutti gli altri. Le pareva un’ingiustizia, e si domandava che peccato avessero mai commesso quei due esserini che avevano fatto a tempo solo a respirare un poco di vita. Erano due maschi, e forse proprio per averli persi Gianni desiderava dei figli che non fossero femmine. Qualche anno dopo quel fatto era nato Severino, ma di tanto in tanto la salute del bambino, colpito dall’asma, preoccupava non poco i genitori anche se ormai aveva sette anni ed era grandicello per quelle malattie che avevano decimato tanti bambini; Rina e Gianni fingevano di aver dimenticato il figlio del fornaio, portato via dal morbillo a dieci anni. Ben presto il contadino Gianni dovette ricredersi su Marcellina: a dispetto del suo genere cresceva e s’irrobustiva e quegli occhi grigio azzurri, per quanto ridenti, lasciavano già trasparire una forte determinazione. L’unico problema, per fortuna risolto in fretta, era stata l’intolleranza della bambina al latte di mucca: ogni volta che ne beveva un poco il viso le si riempiva di macchie rosse che dovevano procurarle un certo fastidio perché con le piccole mani tentava incessantemente di grattarsi. Abitava allora in paese, in una casetta isolata verso la montagna, una donna che conosceva rimedi speciali per le malattie, e che tutti consultavano perché, a differenza del medico, che voleva esser pagato con i soldi, si accontentava di una forma di formaggio o un po’ di polenta. Anche la Rina portò la bambina dalla donna, un poco spaventata, a dire il vero, (si diceva che fosse una strega e che un giorno di tanto tempo prima avesse tramutato un uomo del paese in qualche bestia spaventosa) ma la donna non aveva niente di pauroso e disse alla Rina di dare del latte d’asina alla figlioletta. Pareva semplice, ma di soldi per comprare un’asina a casa non ce n’erano e la Rina già pareva disperata all’idea di non poter curare la bambina; allora la donna, quasi leggendo nel pensiero alla Rina, disse che nella sua stalla c’era una vecchia asina che ancora dava latte, e che l’avrebbe data volentieri a quella famiglia, accontentandosi di tanto in tanto di qualche forma di formaggio. La Rina non la finiva piú di ringraziare e, corsa nella stalla, prese l’asina e se la portò a casa e da quel giorno Marcellina ricominciò a bere il latte senza problemi e la madre non dimenticò mai di consegnare due formaggelle al mese alla sua benefattrice. Nel frattempo la vita a casa del contadino Gianni andava avanti, gli animali della stalla nascevano e morivano, le stagioni ed i lavori nei campi proseguivano identici di anno in anno ed altri bambini vennero ad allietare quella casa mentre Severino e Marcellina crescevano. Rifacendosi alla consuetudine di scegliere per i neonati i nomi dei santi, uno lo chiamarono Antonio, come sant’Antonio abate protettore degli animali da cortile perché avevano perso uno dei maiali in campagna e non l’avevano piú trovato, un altro Simone, perché si diceva che quel santo tenesse lontane le saette durante i temporali, e quando si è in montagna si ha sempre paura delle saette e all’ultima fu dato il nome di Carmela, perché era nata il 16 di luglio, giorno della Vergine del Carmelo. Marcellina aveva cinque anni quando arrivò la sorella piú piccola, ma già aiutava i genitori a raccogliere le pannocchie, accatastarle nell’aia prima di procedere a sgranarle e poi macinarle per farne della farina, portava da mangiare ai conigli, alle galline e ai piccoli animali che non le incutevano timore, tanto che Gianni, vedendola tanto indaffarata, si sorprendeva a pensare di essersi davvero sbagliato nel pensare che una bambina sarebbe stata piú che altro d’impaccio. Da poco avevano iniziato a coltivare il gelso, dai cui frutti, le more, ricavavano una marmellata nera ma dolcissima e delle cui foglie potevano invece servirsi per alimentare i bachi da seta. I bozzoli utilizzati dagli insetti quando ancora erano crisalidi venivano filati e se ne ricavava un tessuto fine e pregiato, che poteva essere venduto nei mercati della valle ed anche nelle fiere che si tenevano in città, ed allora i contadini e le loro famiglie partivano in pompa magna con carretti e gerle carichi di roba da mangiare, di confetture, di sidro di mele, di grandi pezze di quel tessuto che poi potevano essere tagliate per confezionare vestiti. Fu proprio in occasione di una fiera che il paese, spopolato, bruciò tra le fiamme di un incendio che nessuno riuscì mai a spiegarsi. Anche la famiglia del contadino Gianni si era messa in cammino di buon’ora e Marcellina aiutava i fratellini a salire sul carro mentre in grembo portava la stoffa ricavata dai bachi, ripiegata piú volte. La bambina prese posto accanto al fratello maggiore, che avrebbe sofferto d’asma per tutta la vita, porgendogli alcune more che di nascosto aveva rubato dal campo dei gelsi, come a confortarlo per quella sua salute tanto precaria. Giorni prima, mentre erano a giocare nei prati, Severino si era accasciato a terra con dei rantoli che l’avevano spaventata a morte, molto piú forti di quelli che tante volte aveva udito a casa. Si stava già alzando per correre dai genitori quando il fratello, tesagli una mano, la supplicò a cenni di restare. Marcellina aveva ubbidito e mentre guardava il petto del fratello sollevarsi con sempre maggior fatica e sentiva quei sibili con i quali Severino lottava per catturare aria, sperava che quello non fosse il suo ultimo respiro, e nemmeno quello dopo, e neppure quello dopo ancora e sperando non si accorse che la crisi gradualmente era passata. Dopo, il fratello le fece giurare di non dire nulla a casa di ciò che aveva visto: aveva paura che, se i genitori avessero scoperto che a volte l’asma si manifestava con crisi tanto acute, l’avrebbero mandato in sanatorio, o in qualche posto per farsi curare, ma lui non voleva andar via dal paese. Marcellina aveva promesso e, dentro di sé, giurò di proteggere sempre quel fratello tanto piú debole di lei. Mentre partivano in quell’atmosfera allegra, seguiti dai carri delle altre famiglie del paese, non potevano immaginare quale catastrofe si stava abbattendo sul borgo. A quel tempo raggiungere la città a bordo di un carro, su strade accidentate e piene di buche richiedeva un giorno intero, piú un altro per tornare. Il paese, lasciato incustodito, ebbe tutto il tempo per bruciare indisturbato a lungo, perché anche la gente dei paesi vicini era alla fiera per vendere i propri prodotti. Quando imboccarono la strada del ritorno, i carri furono avvolti dal fumo mentre lontano, su al paese, ancora si levavano alte fiamme dalle travi delle case, su su fino al bosco. Inorridita e sconvolta, la gente prese a gridare, e incitava i cavalli ad andare piú veloce legandogli uno straccio attorno al muso, perché gli occhi di quelle bestie spaventate non vedessero il fuoco. Ci fu chi lasciò per strada il carro e correndo a perdifiato giunse al paese, per accorgersi che del villaggio non restava più nulla. I primi corsero alle fontane e gettarono con foga, inutilmente, acqua sulle fiamme che ormai non avevano piú nulla da bruciare, sui tizzoni ancora roventi di quelle che erano state case, stalle, orti, e tanti animali erano morti soffocati, ed altrettanti erano fuggiti per le campagne in preda al terrore e non tornarono piú. Incapaci di parlare, continuarono a gettare secchiate d’acqua sui ruderi del borgo, aspettando che anche gli ultimi del paese giungessero dalla strada. E quando finalmente anche l’ultimo bambino posò i piedi sulla cenere del villaggio, si fece silenzio, e tutti capirono che avevano perso ogni cosa. Da quel silenzio si levò d’un tratto un suono, che tutti riconobbero per un raglio, ed era l’unica cosa viva a parte la gente, un’unica asina sopravvissuta a quell’Apocalisse, l’asina che con il suo latte aveva cresciuto Marcellina. Nonostante il dolore e la rabbia gli abitanti videro nella sopravvivenza di quella vecchia asina un piccolo miracolo, quasi un segno ultraterreno, per loro abituati a scorgere in ogni evento la mano di Dio, per incitarli a credere ancora che, da quel borgo ormai inesistente, sarebbe risorta la vita, e da quel giorno chiamarono il villaggio Solasna, a ricordo di quell’asina che con la sua presenza era stata in grado di non farli impazzire del tutto. Fu così che a poco a poco e al prezzo di grandi sacrifici il paese risorse dalle proprie ceneri, e altri animali un po’ alla volta arrivarono a popolare le stalle, e le case furono ricostruite laddove dopo l’incendio erano rimaste solo le fondamenta. La gente aveva lavorato per mesi e mesi, mentre con le famiglie era ospite in altre case, tagliando piante nel bosco, segandole con i propri attrezzi, a volte con l’aiuto di chi, nei paesi vicini, lavorava nelle segherie ad acqua, all’epoca ancora numerose in valle, ed avevano raccolto pietre, levigate dall’acqua del fiume Noce, incastrandole con pazienza una sull’altra senza l’aiuto della calce, e rifatto in questo modo i muri a secco di tutto il paese, e avevano sistemato i piccoli canali per l’irrigazione dei prati e dei campi e l’acqua aveva spazzato via la cenere e fatto crescere l’erba verde e poi le piante di gelso, e con quelle tornarono anche i bachi, e così le donne filarono di nuovo quel tessuto pregiato, e si ricominciò a frequentare i mercati, con un accortezza però. Adesso non partivano piú tutti assieme, neanche fosse una migrazione di popolo, ma metà famiglie per volta, sì che quando mezzo paese era tornato gli altri si mettevano in viaggio e così il paese non restò mai piú senza sorveglianza. Marcellina e i suoi fratelli erano diventati grandi e mentre loro crescevano cambiava anche il borgo: ben presto la campagna cominciò a rendere sempre meno, i bachi morirono a centinaia per ragioni incomprensibili e alcuni paesani iniziarono ad emigrare altrove. Era gente che partiva con una valigia sottobraccio, per un periodo o per sempre, e lavorava per la maggior parte in Francia o in Svizzera ingegnandosi ad imparare un mestiere, e così poteva mandare qualche soldo a casa dove sempre c’era bisogno. Partirono anche Simone e Antonio, i fratelli minori di Marcellina, senza dire se un giorno sarebbero tornati, e va da sé che non rividero piú il paesino abbarbicato sotto la roccia, se non nelle cartoline e nelle fotografie in bianco e nero che ricevevano dalle sorelle e da Severino, che non si era piú ripreso da quegli attacchi d’asma tanto violenti durante la sua infanzia. Per i primi tempi si spostarono un po’ qua un po’ là, finché dopo tanto aver sentito parlare dell’America, decisero di partire per l’Argentina, e lontani pareva loro di capire meno la miseria in cui viveva la gente del loro paese natio e infatti non immaginavano che, dall’altra parte dell’Oceano, una guerra stava per distruggere nuovamente il paese e renderlo ancora piú povero, anche se era rimasto qualcuno a fare la guardia. Caddero le prime bombe sul paese che già aveva conosciuto un altro conflitto e siccome, si sa, le bombe non stanno a guardare dove vanno e che cosa colpiscono, la stalla del contadino Gianni andò completamente distrutta e la famiglia, che già da tempo conosceva il sapore amaro della miseria, si ritrovò ancora una volta senza nulla. Tutti e tre i figli del contadino ricordavano ciò che era stata la prima guerra mondiale e speravano di non dover sopportare ancora a lungo la fame e di vivere, se non nel lusso, almeno con dignità ed in pace. Invece il destino aveva scelto per loro quell’identico cammino, ancora una volta, ed ormai potevano solamente andare avanti, pur tra mille difficoltà, e pregare affinché quel conflitto terminasse. Severino, che non era stato chiamato alle armi per via dei suoi problemi di salute, faceva il possibile per ricavare qualcosa dai campi coltivati, mentre Marcellina e Carmela raccoglievano more dal gelso e, di tanto in tanto, filavano qualche pezza di seta da vendere al mercato: in casa, dove pure c’era necessità di nuovi abiti che sostituissero i cenci di cui si vestivano da quando la guerra aveva avuto inizio, non avrebbero mai osato utilizzare la stoffa dei bachi per se stessi e c’era invece sempre bisogno di soldi. Come tanti anni prima, il contadino Gianni si fermava a guardare i suoi figli, e quando osservava le sorelle intente ad arare e seminare il loro fazzoletto di terra, e filare con pazienza i bozzoli dei bachi sempre aiutate dalla Rina, non poteva non pensare a quanto s’era sbagliato il giorno in cui era nata Marcellina che, come la sorella, non si era sposata. Questa cosa del matrimonio metteva un poco la pulce nell’orecchio al contadino, perché, se da una parte si augurava che le figlie trovassero un buon partito, dall’altra sperava che il loro aiuto non sarebbe mai venuto a mancare. C’era Severino, certo, ma era su loro due che lui e la Rina riponevano la fiducia e la speranza che, nel corso degli anni, la stalla e le coltivazioni potessero prosperare di nuovo. Ma pur con tutta la buona volontà, i soldi ormai non erano piú sufficienti a sfamarli e rispetto ai tempi di pace il raccolto era ridotto a meno della metà. Fu a quel punto che avvenne l’incontro tra Severino e Nesto, un giovane del paese che aveva parenti in Germania e, come loro, soffriva la fame. I parenti, che abitavano in Baviera dove erano emigrati ancora all’inizio del secolo, avevano scritto perché immaginavano le condizioni di vita di Nesto e del resto della famiglia, proponendo a Nesto di partire, almeno per qualche tempo, per la Germania; avrebbero provveduto loro a fornirgli un lavoro. Nesto non aspettava altro, anche perché in quella maniera poteva spedire soldi a casa, e i suoi grazie a lui sarebbero stati un po’ meglio. La notizia dell’imminente partenza si sparse veloce come il vento tra le case e fu allora che Severino, una sera poco prima del coprifuoco, lo implorò di portare anche lui in terra tedesca, che i suoi erano ridotti alla miseria e così non si poteva più andare avanti. Nesto conosceva la salute di Severino e dentro di sé si chiedeva se il fisico dell’amico avrebbe sopportato la fatica di chissà quale lavoro, perché aveva paura che gli zii lo spedissero a lavorare in miniera, ma non poteva dire di no a quell’accorata richiesta d’aiuto. La sera stessa, mentre erano tutti radunati accanto al focolare in cucina, Severino annunciò la sua partenza con Nesto, precisando che non si trattava di un addio poiché intendeva fermarsi in Germania solo fino a quando le sorti della famiglia si fossero almeno in parte risollevate. Il padre abbracciò quel figlio tanto debole di costituzione ma tanto coraggioso, con le lacrime agli occhi, e quando Marcellina, fedele al suo proposito di proteggere sempre il fratello, disse che sarebbe partita con lui, il contadino non poté far altro che ringraziare il Signore per quella figlia disposta ad abbandonare la terra che tanto amava – perché sapeva quanto Marcellina fosse attaccata ad ogni fibra di quel paese- per non lasciare solo il fratello. Mentre fuori il passaggio di “Pippo” rammentava a tutti che era giunta l’ora dell’oscuramento, e guai a quelli ancora per le strade a quell’ora, la famiglia rimase in cucina a fare filò, a raccontare, per molte ore, quasi consapevole che quella sarebbe stata l’ultima occasione di stare tutti insieme, fatta eccezione per i fratelli lontani del cui ritorno nessuno s’illudeva. Partirono con Nesto in una giornata di nebbia, e Marcellina si congedò da Carmela certa che la sorella minore avrebbe lavorato anche per lei, e fatto tutto il possibile, e ancora di piú, mentre loro due erano lontani. Conosceva bene la testardaggine della sorella, sapeva che nessuna bomba, o incendio o malattia l’avrebbero piegata e per questo partiva con il cuore piú leggero. Ma guardandosi indietro mentre s’incamminava con il fratello e Nesto, rivide i posti che erano i suoi posti e le case e la gente che erano le sue case e la sua gente e allora una lacrima scese dai suoi occhi, subito catturata con la mano perché Severino non se ne accorgesse. Non voleva che il fratello capisse quanto le costava separarsi dal caro, vecchio Solasna, e per non cedere alla malinconia si ripeté piú volte che sarebbe tornata, ed intanto non avrebbe dimenticato il paese ma anzi l’avrebbe scolpito come una pietra a fuoco nel cuore, sicura che un giorno le sarebbe stato concesso di piangere, ma lacrime di gioia. Non li mandarono a lavorare in miniera, ma alle dipendenze di un allevatore amico dei parenti di Nesto. Era un bel posto, circondato dai boschi e lontano dal rumore della città, ma la ricchezza era tanto ostentata da far quasi vergognare i tre amici, quando paragonavano i loro pochi averi e le stalle del paese alle scuderie e alle stalle entro le quali stavano mucche robuste e cavalli tra i piú belli che avessero mai visto, ben lontani dai ronzini che al paese venivano usati per trainare carri e arare i campi. La casa era enorme, una villa con giardino in cui era facile perdersi, attorniata da un frutteto che si estendeva per ettari; li avevano sistemati in un’ala della casa destinata alla servitù, dove già vivevano un maggiordomo e le cameriere della signora con i quali i nuovi arrivati cercarono subito d’instaurare un’amicizia, tentativo che all’inizio non sortì effetti poiché non s’intendevano con la lingua. Solamente in seguito, quando dopo mesi di permanenza Nesto e i due fratelli compresero qualche frase in tedesco ed iniziarono a parlarlo, fu piú facile intendersi; con i padroni il problema non esisteva poiché entrambi parlavano italiano grazie all’amicizia con i parenti di Nesto. Lavoravano da mattina a sera, accudendo gli animali e lavorando la terra, e quando Marcellina notava che Severino ansimava per la fatica lo richiamava per dargli il cambio in una mansione meno faticosa, ma sempre stando ben attenta affinché lui non si accorgesse di tali manovre. I padroni pagavano bene ed i primi soldi i fratelli li spedirono quasi interamente a casa e pensavano a ciò che sarebbero serviti: un po’ per coltivare l’orto con nuove sementi, un po’ per comprare del foraggio, forse anche per piantare di nuovo i gelsi, con lo stipendio del mese dopo le prime travi per rifare la stalla, e mentre pensavano sentivano sempre piú forte la nostalgia di casa, anche se in quel luogo stavano bene, c’era da mangiare in abbondanza e la guerra pareva lontana da quei boschi anche se in realtà non lo era affatto. Infatti anche lí, ad un certo punto, cominciarono a cadere le bombe, ma a differenza del contadino Gianni il padrone poteva permettersi di sistemare subito qualunque danno alle coltivazioni e al podere, e così non patirono mai la miseria e la fame come invece accadeva alla gente di Solasna. Da casa Carmela scriveva che piano piano le cose si stavano aggiustando e che anche i gelsi avevano attecchito e con loro erano tornati i bachi con i loro bozzoli da filare, ma Marcellina e Severino sapevano com’era difficile di quei tempi vivere al paese e lo intuivano ancora meglio proprio perché nelle sue lettere Carmela non ne faceva mai cenno. Era passato un anno da quando erano giunti con Nesto in quella casa quando i padroni chiesero loro di rimanere fino alla fine del conflitto -anche se era impossibile capire se e quando sarebbe terminato- essendo ormai indispensabile il loro lavoro, anche in vista di nuove distruzioni che sicuramente la guerra avrebbe portato al podere. I fratelli e Nesto da mesi smaniavano per tornare al paese, ma la prospettiva di continuare in quel modo a sostenere economicamente le loro famiglie lontane li convinse ad accettare, e con il cuore in pezzi risposero al padrone che sarebbero rimasti tutto il tempo necessario. Passarono altri sei mesi, poi un anno. La padrona non vestiva piú gli eleganti abitini di seta che sfoggiava all’inizio e la si vedeva girare per casa in grembiule e pantaloni da uomo, con le mani sporche di terra perché i bombardamenti alla lunga avevano distrutto quasi tutto e per ricostruire la fattoria c’era bisogno del concorso di tutti. Civettuola e frivola, per niente pratica, si lamentava delle brutte mani che il lavoro duro nei campi le aveva regalato, e con rammarico pensava alle cene e ai divertimenti durante i quali calzava con stile finissimi guanti di pizzo. Marcellina intanto pensava a casa sua, dove né la madre né Carmela avevano mai posseduto dei guanti, dove le mani delle donne divenivano subito callose e ruvide come quelle degli uomini e dove, soprattutto, la seta veniva filata per venderla e farla indossare ad altri. Mano a mano che il conflitto proseguiva, tanto piú i padroni diventavano cupi, sgarbati, quasi ostili. Perfino il padrone, che li aveva accolti e trattati sempre con rispetto, adesso gridava che non accettava di dover zappare la terra come un contadino, ed usciva nei campi con i pantaloni di lino, quasi si trovasse in qualche località turistica estiva e come a sottolineare che lui con certa gente non c’entrava nulla. Arrivò addirittura a dichiararlo apertamente, un giorno in cui, con gli altri, scavava i canali d’irrigazione su quei prati bruciacchiati dal fuoco delle bombe e disse che l’odore e il puzzo della terra erano per i contadini e non per i signori. I due fratelli e Nesto, da quel giorno, continuarono nei soliti lavori come niente fosse accaduto, ma qualcosa s’era spezzato per sempre. Nel sentirsi così scherniti, quasi fossero parte di una razza inferiore, meditavano di andarsene il prima possibile. E così fecero. Attesero la paga del padrone, sempre piú restio a sborsare quanto dovuto per il loro lavoro e, una notte di maggio, quando il resto della servitù ed i padroni dormivano da un pezzo, lasciarono quella casa senza un saluto. Negli ultimi tempi erano state troppe le umiliazioni subite, le parole grosse uscite dalla bocca di chi comandava per sopportare ancora a lungo in silenzio. Severino, dei tre il piú impulsivo, non avrebbe retto un giorno di piú, scagliandosi contro il padrone: anche per questo avevano affrettato la partenza e fuggivano di nascosto. Era l’alba dopo quella lunga notte estiva quando, esausti, raggiunsero la stazione dei treni. Nonostante i bombardamenti le rotaie non erano ridotte troppo male e, benché a fatica, le corse funzionavano. Appena salirono sul primo treno per l’Italia, si lasciarono cadere sfiniti nello scompartimento. Non avevano neppure pensato di salutare i parenti di Nesto, poiché saputo della loro fuga avrebbero avvisato subito gli amici. Alla fattoria intanto il padrone urlava i loro nomi, comandando ora questo ora quello, ma nessuno piú rispondeva al suo vociare: capì solo diverse ore piú tardi, dopo aver vagato come un pazzo in ogni stanza della villa e per tutta la proprietà, incredulo e rabbioso, quando fu chiaro che Marcellina e gli altri non sarebbero tornati, il significato della parola dignità. Nel frattempo il lento procedere del treno cullava il sonno di Nesto, Severino e Marcellina, ignari del ritardo sull’orario a causa di diverse fermate impreviste, con le rotaie a tratti ingombre di rovine e calcinacci degli edifici colpiti dalle bombe. D’altra parte nessuno sa del loro arrivo, a casa, nessuno li attende. Si risvegliarono quando il treno stava per giungere a destinazione; c’era molto da camminare, da lí in avanti, per arrivare a Solasna. Per fortuna scorsero poco lontano due uomini su un carro che, per combinazione, dovevano passare proprio per la loro valle. Si accomodarono sulla paglia stanchi ma felici e domandarono com’erano andate le cose in quel periodo. I carrettieri, mentre procedevano per la strada, raccontarono i fatti piú recenti, con diversi incendi nei paesi, che avevano devastato tutto. Marcellina ritornò col pensiero alla distruzione del povero Solasna, tanti anni prima. Nella mente un solo pensiero: il terrore di trovare di nuovo tutto in cenere. Invece eccolo lí il paesino aggrappato alle rocce, che risplende dell’ultimo sole, intriso della fragranza di una primavera che lassú arriva sempre tardi ma quando finalmente c’è, riempie gli occhi di fiori colorati e profumo di fieno appena tagliato. Eccoli lí i gelsi e i bachi, pronti a creare di nuovo i loro preziosi bozzoli. Nessuno è per le strade o sull’uscio: è maggio, c’è il Rosario per la Madonna nella chiesetta, ma poco importa, ci sarà tempo per i saluti. I carrettieri, un cenno col capo a mò di saluto, proseguono il loro giro: l’ultimo pezzo di strada, il piú ripido, dovranno affrontarlo a piedi. Non parlano, ascoltando il silenzio di un posto che conosce i loro passi. Da una stalla familiare si ode un raglio, debole, come la voce di un neonato. Ma sufficiente per farli sentire di nuovo a casa.

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