martedì 19 luglio 2011

RACCONTO: MIO NONNO

Riporto qui il racconto "Mio Nonno" pubblicato all'interno della raccolta "Le Piccole Cose" che trovate rivolgendovi a me o sul sito di Boopen in narrativa.


MIO NONNO


Avrei dovuto odiarlo, e forse in parte era proprio così. Mio nonno, da misogino qual è sempre stato, odiava le donne che si occupavano di altro oltre alla casa e ai figli e lo manifestava apertamente, fermo come un blocco di granito nelle sue convinzioni, certo della bontà di quelle idee che aveva ereditato dal suo tempo. Mia nonna in questo senso ne era il perfetto pendant, pareva infatti la personificazione dell’obbedienza: quando in casa c’erano ospiti occupati a discutere con il nonno di questioni di soldi o cose di questo genere, si allontanava svelta in camera perché “son cose da uomini” e fingeva davanti a noi sorelle, pure relegate in quel cantuccio, di dover sistemare un centrino che lisciava nervosamente tra le dita, ben consapevole che invece se ne stava lí solo perché donna e, in quanto tale, non ammessa-perché considerata incapace di comprenderle e men che meno d’intervenire- alle conversazioni che si svolgevano in cucina. Non trovava niente di strano in tutto ciò: poco prima che l’ospite se ne andasse usciva dalla camera da letto per i saluti e dopo tornava alle sue occupazioni come niente fosse, il nonno riprendeva il pennellino appoggiato sul davanzale in marmo per continuare a dipingere piccole cassapanche e mobili in legno intingendolo nei barattoli del colore, preferibilmente rosso o verde. Se era autunno e le sere corte e buie cuoceva le castagne nel vecchio focolare a legna, mentre i ciocchi che ardevano con scoppi improvvisi sembravano voler ricordare agli uomini la fortuna di non stare fuori al freddo, sui terreni ormai duri di gelo e brina. Mi pare di vedere ancora l’espressione di rimprovero della nonna quando m’azzardavo ad irrompere in un discorso, in un ragionamento che mio nonno stava faticosamente portando a termine (scandiva le parole lentamente, interrompendosi di frequente con dei sospiri che parevano eterni); strabuzzava gli occhi senza parlare, sì che parevano uscire dalle orbite tant’era lo sforzo, muto, di farmi capire quando era meglio star zitta, e quando impassibile a quel suo muto linguaggio dei segni, fingevo di non capire, esasperata, attaccava con dei colpi di tosse e dei mugugni tali che, insieme all’espressione torva, facevano quasi paura.  A lungo mio nonno mi ha fatto credere che il dio fiume fosse qualcosa di malefico, pronto a rapirmi se dal ponte mi fossi soffermata a fissare troppo i suoi gorghi e ogni volta raccontava di quella donna che, ammaliata dai flutti, dalla spuma bianca che ribolliva tra i massi levigati dal tempo, s’era gettata senza piú riuscire a resistere al potere ipnotico di quei vortici. D’estate stavano tutti a falciare i prati mentre io sedevo in un angolo, su un mucchietto di fieno, e di tanto in tanto mi alzavo per correre a perdifiato lungo un prato che sembrava infinito ai miei occhi di bambina e correvo domandandomi se sarei mai arrivata alla fine mentre il vento soffiava, portando via un po’ della calura estiva e anche se lavoravano tutti, uomini e donne, dal volto del nonno sembrava sempre che il grosso della fatica fosse riservata a lui, quando invece le donne stavano sudate sotto il sole a raccogliere il fieno con i rastrelli mentre lui guidava il trattore. A casa di solito riposava in una vecchia stanza tutta foderata di legno, dove i pavimenti, pure di legno, scricchiolavano ad ogni passo ed ogni volta dal ritorno dei prati io entravo facendo attenzione a non fare rumore, benché fosse impossibile, per sentire quella strana storia che solo lui conosceva e che dopo mai piú ho risentito da altri e che mai capivo e finiva con “mentre leggevo un libro ancor da stampare, vidi un cadavere vivente che fece scappar via tutta la gente”; l’ultima parte m’incuteva un certo terrore e tuttavia aspettavo con ansia crescente l’apparizione di quel cadavere non morto, quasi che la sua presenza desse da sola il senso a tutta la filastrocca. C’era poi, poco lontano dalla casa in cui vivevo, un ippocastano che in autunno si copriva di foglie giallobrune e dai cui ricci aperti facevano capolino sul prato lucide castagne marroni che raccoglievo pur sapendo che quella lucentezza sarebbe svanita in poco tempo (bastava, a volte, tenerle troppo a lungo nel palmo della mano) e che grazie ad un bastone lungo al punto giusto, fabbricato dal nonno, scrollavo dall’albero quando i ricci piú alti ancora non si erano schiusi, ed era stato il nonno a montare due altalene di legno nel giardino, sulle quali mi divertivo a toccare i rami dei faggi piantati poco piú in là e dove d’estate, dondolandomi, chiudevo gli occhi in direzione del sole mentre guizzi d’ogni colore penetravano oltre le mie palpebre chiuse come un arcobaleno notturno. Mio nonno vestiva sempre allo stesso modo e mi pare di ricordarlo sempre con gli stessi abiti in piú di vent’anni della nostra conoscenza reciproca, con quelle camicie a quadri grossi o piú piccini, di flanella o di cotone a seconda della stagione e dei blue jeans da lavoro con le tasche sempre un poco sdrucite e sformate dagli svariati oggetti che vi riponeva (un mozzicone di matita, di “lapis” diceva lui, bulloni, pezzi di corda) un cappello marrone in testa. Quando andava da qualche parte, al bar o dal medico, riesumava le braghe della festa e camminava veloce sul marciapiede con un bastone ricurvo da passeggio e un’andatura tale che mi bastava notarlo con la coda dell’occhio dalla finestra per dire “È lui”, ed era lui per davvero. Nell’aia, prima che fosse riempita di fieno dove noi bambini saltavamo per gioco, lo si vedeva con quella camicia azzurrina intento a buttare il fieno in una macchina dal rumore infernale che lo risputava fuori dal basso verso la parte alta, e riemergere poi da quel polverone per andare a bere il caffè che la nonna preparava quotidianamente tre o quattro volte, a volte anche di più quando uno stava male, convinta che in qualche modo potesse curare qualunque acciacco, perfino l’insonnia. Capitava anche che una delle vacche nella stalla muggisse come un’ossessa quand’era ora di avere il vitellino e non riuscisse da sola a farlo nascere, come quella volta in cui ad uscire per prime furono le zampe, con il rischio di soffocamento per il vitello, e il nonno riuscì a tirarlo fuori, sporco e tutto bagnato ma vivo. Di solito appena erano un po’ più grandi i vitelli venivano venduti, ed io non stavo mai a guardare mentre l’acquirente li caricava e se li portava via perché avrei voluto tenerli nella stalla e non separarli per sempre dalle loro madri. Mio nonno raccontava storie della sua vita tante di quelle volte che alla fine le sapevo a memoria e le ricordo ancora adesso, come quella volta che con l’amico Gino erano stati a tagliare legna nei boschi lasciando incautamente i viveri un poco piú a valle del luogo in cui avevano lavorato tutta la mattina e, giunto mezzogiorno e scesi a valle, Gino s’accorse che dallo zaino erano sparite le lucaniche; apparve in quel momento un topo, probabilmente dopo aver fatto piazza pulita delle cibarie e Gino, preso dalla rabbia, se lo cacciò in bocca tagliandolo in due con i denti. Non ho mai saputo se poi l’avesse anche inghiottito (da quanto faceva intendere il nonno, poteva essere capace di farlo) e non sapevo mai bene se dovevo solidarizzare con Gino o provare pietà per il topo punito del furto. Nelle sere di settembre ce ne andavamo, i nonni ed io, a parlare e ricordare da una coppia di milanesi che per quel mese stavano in un appartamento vicino al nostro. Lei conosceva bene il paese, essendo stata una dei tanti ragazzini che durante la seconda guerra mondiale erano sfollati in montagna, lontano dai bombardamenti delle città. Le era capitato di stare alcuni anni a casa della nonna ed anche in seguito non aveva scordato chi le aveva offerto ospitalità, tornando tutti gli anni in paese con il marito. Anche in quegli appuntamenti serali vigeva una netta separazione: donne da una parte, attorno al tavolo, uomini dall’altra, sul divano. Incurante di tale regola, passavo da una parte all’altra indugiando con maggior frequenza in prossimità del divano, dove il nonno, anche se all’inizio un po’ seccato da quella mia intrusione, narrava, intercalando nel discorso quelle sue pause infinite ed insostenibili, fatti della guerra che l’aveva portato in Albania e della scheggia che da allora custodiva in una gamba ed altre vicende senz’altro piú interessanti rispetto al chiacchiericcio delle donne. La sua considerazione dell’universo femminile non è mai cambiata: credo sia rimasto allibito dal mutamento dei tempi, nel notare la nuova indipendenza delle ragazze, a differenza di quelle della sua generazione, meno propense ad una tacita sottomissione. Eppure, anche se quando divenni piú grande m’infastidivano le sue domande sulle mie attività, lo ricordo a sbirciare dalle tende mentre partivo in macchina, e mettevo la prima quasi come una sfida nei suoi confronti, per dimostrare che nonostante le sue credenze ormai superate da un pezzo, anche una donna può intendersi di motori: paradossalmente lui non aveva neppure la patente e per tutta la vita ha guidato solamente il trattore. Negli ultimi anni stava nell’aia, che ormai non aveva piú fieno perché le mucche erano state vendute da tempo e la stalla era chiusa, ad intagliare piccoli mobili che poi decorava immancabilmente a motivi floreali, fatta eccezione per un tavolino-scacchiera che fu costretto ad assemblare incastrando legno piú scuro con quello piú chiaro, altrimenti non sarebbe sfuggito a quel suo repertorio decorativo costituito da un unico motivo. Alla fine, in un letto d’ospedale, non parlava piú: solo gli occhi si muovevano ora qua ora là, e guardandolo appunto negli occhi, senza parlare, gli promisi che non avrei dimenticato la sua camminata veloce, o la storia che tanto mi piaceva ed allo stesso tempo m’impauriva, e neppure i giorni passati sotto il sole ed i pomeriggi invernali all’odore di resina e nessuno di quei momenti, quei tantissimi momenti ormai passati, impossibili da riacciuffare anche se lo desideravo piú di tutto. Oggi l’ippocastano ha messo il vestito giallobruno dell’autunno: no, non ho dimenticato.

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