lunedì 7 maggio 2012

UNA PARTE DEL RACCONTO "IL RITORNO"

Leggete una parte del racconto “Il ritorno”, con l’amore impossibile tra un soldato della seconda guerra mondiale e una ragazza ebrea. Un racconto non inventato, basato su ciò che mi raccontò mio nonno che prese parte al conflitto combattendo in Albania.

IL RITORNO


1993

Nell’aula della scuola elementare, Edoardo ha concluso il suo intervento con i bambini della classe quinta, ha parlato loro della guerra che ha vissuto in prima persona, dei compagni morti sul campo di battaglia, della fame, soprattutto di una fotografia, della storia di un’immagine tanto preziosa, scomparsa probabilmente insieme a colui che la custodiva. I bambini a tratti non sono riusciti a seguirlo, non hanno capito bene che tipo di collegamento potesse esserci tra una foto e la realtà di un conflitto. Anche il maestro è un po’ irritato, anche se non lo dà a vedere piú di tanto (dopotutto il signor Edoardo ha una certa età) ma lo fa notare garbatamente al relatore al termine della lezione, fa presente che ai bambini interessano poco aneddoti del genere, che l’incontro era stato organizzato per portare la testimonianza di un soldato che ha combattuto la seconda guerra mondiale, non le romanticherie di suo fratello. Edoardo ha ascoltato tutto sorridendo, mostrando quasi una sorta di pietosa compassione verso l’insegnante. Adesso lo guarda scuotendo la testa, come a dire “cosa vuoi saperne tu” perché sa bene quanto un oggetto, un ricordo, anche una fotografia, come in questo caso, potessero allora fare compagnia, rassicurare, dare speranza. Erano cose che possedevano il singolare potere di far continuare a vivere un uomo, ma che uomo, praticamente un ragazzo, gettato nel fango in paesi che non conosceva, alla mercé del nemico, lontano da casa e famiglia; mentre l’insegnante continua a parlare, lui pensa a dove sarà finita quell’immagine e la giacca militare in cui era riposta. Sarà nella steppa gelata della Russia, mischiata alla terra e con ogni probabilità irriconoscibile, lí dove riposa un ragazzo biondo non ancora venticinquenne che non ha fatto in tempo a diventare vecchio. E vorrebbe andare a riprenderla, e portare a casa di nuovo suo fratello, almeno per avere una tomba su cui pregare, se non fosse tardi, se almeno sapesse che esiste un luogo in cui iniziare a cercare nella sterminata distesa dei campi russi dove ora cresce il grano. Da qualche parte, lí sotto gli steli del grano, suo fratello dorme da piú di mezzo secolo. Ricorda quella sera del 1942, quando si ritrovarono insieme a casa per un periodo di licenza. Avevano cenato allegramente, come una volta, stando attenti a non lasciar trapelare con i genitori nulla della vita militare, dei timori che circolavano tra gli alpini, la paura di quel paese immenso e freddo: la Russia. Dopo, erano andati a sedersi fuori sulla panca loro due soli e la sera era così calma, con l’arietta fresca di settembre ad accarezzare i loro volti, che per un attimo avevano dimenticato del tutto che c’era la guerra ed avevano pensato a quel paese tra i monti come ad un rifugio al dolore, ad un pezzetto di mondo non ancora sporcato dal sangue, dalle bombe, dalle urla di combattenti orrendamente mutilati. 

“Voglio farti vedere una cosa” aveva detto Mario ad un certo punto, estraendo qualcosa dalla tasca della giacca con cautela, come a proteggere qualcosa di troppo delicato per rischiare di sciuparlo. Gli porse una fotografia che ritraeva una ragazza dai capelli ricci e neri, gli occhi ridenti. Doveva avere piú o meno l’età di Mario.

“Chi è?” aveva chiesto Edoardo, rigirandosi l’immagine tra le mani.

“Si chiama Hadassah”.

“Che razza di nome è?”.

“È un nome ebraico. Lei è un’ebrea di Varsavia, l’ho conosciuta a Torino, una volta lí aveva dei parenti”.

“E tu cosa ci fai con questa foto nella giacca?” aveva detto allora Edoardo, pur intuendone facilmente la ragione, con un’aria che voleva sembrare di rimprovero e che invece tradiva un certo divertimento.

“Me l’ha regalata prima che partissi, anche se tra qualche giorno torno là” era stata la risposta del fratello, che pareva assorto in chissà quali ragionamenti o visioni, mentre con aria pensosa adesso s’interrogava sul perché di quel gesto.

Edoardo aveva lasciato perdere i discorsi moralistici, sapeva che in paese il fratello aveva un’altra ragazza e non osava tornare sull’argomento. Parlarono d’altro, delle ultime novità del paese, di amici partiti per il fronte, dei colori dell’autunno nella valle che per quell’anno, e forse per chissà quanti altri autunni ancora, non avrebbero visto. Erano rimasti per un pezzo in silenzio, timorosi di dirsi troppo, o troppo poco. Forse, come in seguito comprese Edoardo, già sentivano che quello sarebbe stato il loro ultimo incontro, ed avevano paura di dirsi addio. Alcuni giorni dopo Mario era ripartito diretto a Torino e mentre suo fratello attendeva a casa lo scadere della sua licenza, era giunta una lettera in cui comunicava che il suo reparto partiva per la Russia. “E adesso arriva l’inverno” aveva pensato Edoardo, ed un brivido gli era sceso per la schiena ed un terrore sottile agitava le sue giornate. Erano abituati al freddo nella valle, ma il gelo in quei luoghi doveva essere tutt’altra cosa.

“Bisogna mandarghe calzoti” aveva commentato sua madre, e si era subito messa a sferruzzarne ancora qualche paio, tanto per rendersi utile, per non pensare continuamente, come un tarlo che martella in testa dalla mattina alla sera, a quel figlio infreddolito, gelato nell’imminente stagione fredda. Poi era toccato ad Edoardo lasciare il paese, carico solamente dell’incertezza che accompagna chi parte e non sa se un giorno potrà tornare. L’avevano mandato in altre zone, in Francia, in Germania, aveva conosciuto anche lui i maltrattamenti, la malattia, le privazioni, ma non il terribile inferno russo dove, infine, Mario era scomparso. Da tempo non giungevano piú lettere a casa, nessuno pareva sapere che fine avesse fatto. La famiglia capì che esiste qualcosa di piú atroce del sapere un figlio morto: il non sapere piú nulla. Per settimane, mesi, a casa avevano atteso notizie. Un rigo, una cartolina con un’indicazione, qualsiasi cosa. Poi i mesi erano trascorsi, e così gli anni, la guerra era finita, i superstiti ormai rientrati. Si erano aggrappati addirittura alla mancanza di quella conferma, all’assenza di una certezza sulla sua morte che rendeva ancora possibile la speranza. Magari è stato catturato, magari non lo lasciano andar via. Forse ha perso la memoria e non ricorda piú neppure chi è. Pensieri che si alimentavano qualora, ed accadeva di tanto in tanto, un soldato dato per disperso rimpatriava. Invece Mario non tornò mai piú. Il tempo passò sopra a quegli anni, si portò via delle persone, ne fece nascere altre. Alle adunate degli ex combattenti Edoardo, ogni volta, pensava che accanto a lui doveva esserci suo fratello. E forse c’era comunque, poiché non è detto che qualsiasi essere ed anche una persona cessi di esistere solo perché diventa impercettibile ai nostri occhi. Dopotutto, anche i sentimenti sono invisibili eppure esistono. Si chiedeva che fine avesse fatto la ragazza della foto, se lei e Mario avevano avuto occasione di rivedersi, ancora una volta. E sperava di sì.






1941

Il battaglione rientrava in Italia dal fronte greco albanese via Bari. I soldati, stanchi del viaggio, tra loro non parlavano ma ognuno pensava alla prossima destinazione del reparto. Mario, nel dormiveglia, rievocava scene di vita quotidiana del suo paese: le stradine ripide, il calore del sole quando falciava i prati nell’afa pomeridiana d’agosto, i profumi della cucina, le parole in dialetto dei suoi, tanto familiari, eppure staccate dal tempo, esistenti in una dimensione distante anni luce dal suo presente. Ogni volta che incontrava qualcuno della valle era una festa, sembrava di ritrovare un legame, un collegamento con la vita prima della guerra e con ciò che si era lasciato. Parlavano il loro dialetto, mischiato agli echi degli altri, dei bergamaschi, dei piemontesi, ma anche dei siciliani, dei romani, e rievocavano luoghi e persone che conoscevano loro soltanto e fatti e storie che non si stancavano di raccontare. Sarebbero stati piccoli o addirittura insignificanti episodi se fossero stati oggetto di discussione in un momento qualunque della normale vita quotidiana, ma lí si caricavano di densità e assumevano significati in grado di ricollegarli alle loro comuni radici. Si sentivano vicini, quasi fratelli, e magari frequentandosi, o solamente a vedersi per la prima volta in giro per la valle, si sarebbero invece ignorati. A volte a Mario sembrava di pensare già come un vecchio, nonostante avesse poco piú di vent’anni, per quel suo riandare continuamente con la mente ai suoi giorni perduti, a quella spensieratezza giovanile che aveva dimenticato, preso com’era dalle preoccupazioni di non farsi ammazzare, di rassicurare i suoi anche quando la realtà gli si presentava in tutta la sua asprezza e avrebbe avuto invece bisogno di un sostegno. Ma avevano già tanti pensieri e sapeva bene con quale ansia la famiglia attendeva sempre sue notizie, perciò cercava almeno di alleviare un po’ la loro pena, specialmente da quando anche suo fratello Edoardo, di due anni piú giovane di lui, era partito per il fronte. Si svegliava di continuo pensando a queste cose, alla paura dei genitori che ora era doppia.

“Ehi Mario! Non dormi?” gli chiese un compagno avvicinandosi a lui.

“No. Non ci riesco”.

“Pensa alla morosa, allora” gli rispose ironico l’amico.

“Allora non dormo più davvero!” scherzò lui a sua volta. Lo disse però con il tono di uno che si sente ormai libero da certi legami.

Al paese aveva una ragazza, ma non ci pensava mai. Quando gli accadeva, non ne sentiva la mancanza. Si erano messi insieme (“I se parla” diceva sua madre) qualche anno prima, durante una sagra eppure non riusciva a ricordarne il motivo. Era abbastanza carina ma di una bellezza piuttosto ordinaria, e piuttosto frivola, tanto che non avevano mai parlato di cose serie. Lei pensava solo a sistemarsi, lo pressava di continuo perché si decidesse a sposarla, ma Mario non era piú sicuro di nulla.  Quando aveva ricevuto la cartolina precetto, si vergognava ad ammetterlo perfino a se stesso, aveva tirato un sospiro di sollievo immaginandosi un periodo privo di obblighi, di aspettative da soddisfare, di vincoli di cui si nutriva quel sentimento. In quel momento, su quella nave con molti altri della sua età, uno dei suoi compagni gli aveva appena suggerito di pensare a quella ragazza. Non sapeva neppure cosa provava per lei ed in quel momento non voleva porsi domande. Si alzò per cercare Giovanni, un conoscente valligiano che rientrava a casa a causa di una ferita durante uno scontro. Lo trovò sveglio, la gamba fasciata, che rimuginava anche lui chissà che pensieri. Si scambiarono un cenno di saluto.

“Come va?” domandò Mario indicando la ferita, sussurrando per non svegliare chi dormiva.

“Eh, insomma. È ancora attaccata!” rispose l’altro sorridendo. Le schegge di una bomba gli avevano trafitto la carne in profondità, sentiva fitte di dolore in tutto il corpo da giorni. Nonostante tutto, cercava di non pensarci, gli sembrava che lo sforzo di non dare importanza a quella lacerazione attenuasse un po’ la sofferenza.

“Allora ti mandano subito a casa?”

“Magari. Mi fermo all’ospedale di Torino qualche settimana. A te danno la licenza?”

“Sembra di sì. Spero mi vada bene” rispose Mario, pensando a come si sarebbe comportato tornando in paese, dove la ragazza lo aspettava. Non le aveva mai scritto, sperava che lei avesse capito. Ancora una volta scansò quel pensiero, si sarebbe regolato in seguito. Scambiarono ancora qualche parola prima di salutarsi e finalmente entrambi riuscirono a prendere sonno. In molte altre occasioni, durante quel viaggio, si trovarono a parlare in piena notte, insonni, e nacque una bella amicizia. Era bello avere qualcuno con cui confidarsi, su cui poter contare per una parola di conforto o per sdrammatizzare tutta quella situazione sempre caratterizzata dall’incertezza del domani. Come previsto, appena giunti a Torino Giovanni fu ricoverato mentre Mario, con il suo reparto, stazionava in città. Passava a trovare l’amico regolarmente e sembrava che la ferita, un po’ alla volta, migliorasse. Mentre s’inoltrava per i vicoli della città, che aveva imparato a conoscere, imboccando una scorciatoia che aveva scoperto e che conduceva al nosocomio, vide per la prima volta Hadassah. Stava a pochi metri da lui, fuori da una casa enorme che un tempo doveva essere stata magnifica e che adesso invece appariva come ripiegata su se stessa, nera, decaduta e in rovina come se la guerra le avesse tolto la linfa vitale. Perfino l’edera che cresceva sulla parete si era ingrigita e dava l’impressione di un qualcosa esausto di vivere, che aspetta solo la morte poiché da un pezzo ha abbandonato la speranza. La ragazza appariva pensosa, guardava ogni cosa del giardino ricollegandole ad un momento, un giorno che aveva vissuto, ricordi di un mondo, il suo, scomparso per sempre. Mario si fermò per osservarla, appiattendosi dietro ad un muro per non essere visto. La guardava procedere in quella che ad un occhio estraneo appariva come un passeggiare qua e là senza decidersi ad andarsene ma che in realtà era un’ispezione tra i ricordi. La ragazza toccava un vaso, si fermava sui dettagli di una panchina in ferro battuto, lasciava correre le mani sulle decorazioni dipinte sull’intonaco, che si sgretolavano al passaggio delle sue dita cadendole sui piedi in piccoli mucchietti: calpestava letteralmente le macerie del suo mondo. Scostava i lunghi riccioli neri dalla fronte, guardava lontano, ma ormai tutto era perduto, e lei lo sapeva. Era molto magra, notò lui, benché il fatto non fosse eccezionale: c’erano la guerra e la fame e con esse molte persone denutrite. Ne vedeva tanta, di gente così, durante le sue visite in ospedale. Curiosamente, indossava un paio di pantaloni. Mario si stupì: non gli era mai capitato, fino ad allora, di vedere una ragazza vestita in quella maniera. Ad occhio, doveva avere piú o meno la sua età e, come lui, già portava addosso la malinconia del passato. Mario lo capiva da quei gesti lenti, delicati, dagli sguardi che sembravano perdersi in un dove indefinito e mentre la osservava pensava a casa sua e si chiedeva se anche i suoi muri fossero rassegnati o se un giorno l’avrebbero riconosciuto. Aveva paura di tutto, di non tornare, o di tornare troppo tardi, per accorgersi che tutto era mutato. È difficile camminare di nuovo nei luoghi che pensiamo inalterati e capire che anche senza la nostra presenza si sono evoluti, sono diventati altro. Si è spezzato un equilibrio, e non c’è neppure la consolazione di essere cambiati con quell’ambiente, di essere cresciuti con esso, ci vuole del tempo per riabituarsi ad una certa confidenza. Aveva saputo da poco da una lettera della madre che anche il nonno era morto, la sua figura non l’avrebbe più aspettato sulla soglia di casa per la licenza. Ci sarebbe stato il nulla, dove prima c’era una persona che amava. Pensava a lui mentre Hadassah percorreva il vialetto e, chiuso il cancello, si voltò dalla sua parte. Solo allora, sulla corta giacchetta di pelle che portava, Mario notò appuntata la gialla, splendente, stella di Davide. Dunque era ebrea. Adesso si spiegavano molte cose; quella malinconia, quella sorta di rassegnato abbandono agli eventi che sembravano averle tolto ogni cosa. Di quei tempi era rimasto ben poco agli ebrei a cui aggrapparsi e lui, da soldato, serviva l’uomo che aveva imposto le leggi razziali. Provò disprezzo e pietà per se stesso, ma ebbe poco tempo per rammaricarsene: la ragazza si stava avvicinando, lui non voleva essere scoperto da Hadassah, non desiderava farla sentire spiata ed infine, che cosa avrebbe potuto rispondere se gli avesse chiesto una spiegazione sulla sua presenza lí, dietro quel muretto? Forse, si disse, non sa parlare l’italiano. Aveva sentito dire che gli ebrei si esprimevano tra loro in un’altra lingua, un idioma conosciuto a loro soltanto, l’yiddish. Se fosse vero o meno non poteva dirlo, poiché non aveva mai avuto occasione di conoscerne qualcuno. Decise comunque di non correre il rischio di essere scoperto, così si allontanò rapidamente nell’altra direzione. Avrebbe fatto la strada lunga, quel giorno, per arrivare dall’amico Giovanni, ma poco importava: aveva stampato in mente la stradina, la casa, il giardino, tutto il necessario per vederla di nuovo, presto. Dal canto suo Hadassah l’aveva visto correre via, pur senza indovinarne il motivo, ed ugualmente senza essere in grado di spiegarselo avrebbe voluto chiamarlo indietro, fermarlo. Magari perché ormai non parlava quasi piú con nessuno, perché quei mesi in cui aveva conosciuto il dolore, la morte, il terrore e la crudeltà dell’uomo l’avevano costretta a difendersi, a proteggersi dagli altri rifuggendoli, isolandosi dal mondo e dai suoi abitanti. Chissà com’era la sua Varsavia, di quel periodo. Al solo pensiero le si strinse il cuore e lacrime invisibili, trattenute a forza per non cedere alla disperazione, sgorgarono dai suoi occhi e le rigarono le guance. Pensò che non conosceva neppure il nome di quello sconosciuto e che, forse, non l’avrebbe rivisto mai più. Come Varsavia, come i suoi, come una parte di se stessa.  In fondo quella ragazza che camminava per le vie di Torino cercando ogni giorno di sopravvivere, non era che lo spettro di ciò che era stata, un residuo, come la cenere dopo che la legna è stata bruciata dal fuoco. La sera del giorno seguente, Mario tornò. Gettò uno sguardo alla casa, una finestra era illuminata e lasciava intravedere la sagoma della ragazza, ma non riuscì a distinguere altro finché l’abbaiare di un cane nelle vicinanze non la fece uscire sul terrazzo per controllare. Restò a guardarla per un po’, incerto se provocare qualche rumore e farsi scoprire e magari conoscerla, o restare fermo nel buio. Alla fine lei rientrò prima che Mario potesse prendere una decisione ma, accostando le tende, lo vide. Hadassah spense la luce facendo finta di niente, lui s’incamminò verso la caserma. Tornò anche il giorno dopo, ed ancora per diverse sere. Lui non si muoveva, lei fingeva, divertita, di non vederlo. Chissà per quanto tempo sarebbero andati avanti in quel modo, se una mattina, casualmente, non si fossero incontrati faccia a faccia al mercato. Hadassah lavorava lí da quando era arrivata a Torino. Non guadagnava molto poiché i padroni avevano costantemente paura di avere grane a causa della sua presenza, per cui di solito la confinavano a sistemare il magazzino e raramente serviva al banco. Quei soldi comunque le consentivano di vivere, benché da un pezzo lei non lo desiderasse piú. A casa, scriveva sempre, memorie di ciò che era stato (e quanto era strano che una ragazza tanto giovane scrivesse delle memorie!) racconti, storie, e scrivere l’aveva salvata dal baratro. La notte prima Mario l’aveva passata in ospedale, dove l’amico Giovanni si era sentito male a causa di un’infezione alla gamba. Ora, camminando per le vie della città di prima mattina, si sentiva stanco, solo, triste all’inverosimile per la lontananza da casa; passò accanto al banco della frutta e per un attimo fu catturato dai profumi e dagli aromi che l’avevano raggiunto. Decise di fermarsi per comperare delle arance per tirarsi su e portarne poi qualcuna all’amico. Stancamente si avvicinò alla ragazza, occupata a sistemare delle cassette di frutta, le disse che cosa voleva. Allora lei si girò e i loro sguardi s’incrociarono. Restarono muti qualche secondo, increduli per quell’incontro.

“Desidera altro?” gli chiese Hadassah con finta disinvoltura, sorridendo dopo averlo servito. Si sentiva tutta in subbuglio, chissà se se n’era accorto.

“No, grazie” rispose lui con una lieve incertezza nella voce. Pagò e con il suo sacchetto di carta sottobraccio si allontanò senza voltarsi. Non era riuscito a dirle nulla, come un idiota. Però, pensò tra sé, che gran colpo di fortuna!
 

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