martedì 31 luglio 2012

I TRE KAISERSCHÜTZEN

Nel 2004 sui monti della val di Peio furono ritrovati tre corpi di kaiserschutzen, con questo racconto inserito nel libro ho cercato di dare voce a uno di loro, che racconta la sua vita e quella dei suoi compagni, l'esperienza della guerra e infine la loro morte.


I TRE KAISERSCHÜTZEN


Conobbi Hans che avrò avuto sí e no cinque anni. Era venuto nella bottega di mio padre, falegname di professione, accompagnato da un uomo piccolo e robusto, con dei baffi arricciati all’insù che mi divertirono molto. Bussarono alla porta mentre mio padre, chino in un cantuccio, faceva volare trucioli di legno che riempivano rapidamente il pavimento; siccome era occupato e gli scocciava molto lasciare un lavoro a metà, mandò me ad aprire, raccomandandomi di dire “benvenuto” a chi aveva bussato e di farlo accomodare per capire che cosa volesse. Io ubbidii, aprii la porta e fuori nevicava fitto fitto. Un uomo e un bambino piú o meno della mia età stavano sulla soglia. “Benvenuti” dissi, compiaciuto per aver pronunciato una parola che mi pareva da adulti, e l’uomo sorrise mentre mi facevo da parte per farli passare; il bambino si tolse il berretto di lana che aveva in testa, colmo di neve, mi guardò solo un attimo prima di passare oltre. Nella bottega ardeva un grande fuoco e subito mio padre fece accomodare i due ospiti lí davanti, su degli sgabelli che aveva intagliato lui stesso, mentre dava gli ultimi ritocchi ad un piccolo mobile di cirmolo: come ho già detto, non gli piaceva lasciare a metà un lavoro. Intanto i due uomini parlavano di questo e di quello, dicevano che da tanti anni non si vedeva un inverno come quello; noi bambini stavamo zitti, seduti davanti al fuoco e io non aprivo bocca perché avevo sempre un po’ paura degli estranei. Finalmente mio padre terminò, si alzò dalla panca e avvicinandosi all’uomo chiese cosa desiderasse. Quest’ultimo rispose che voleva un paio di pattini per suo figlio, che era poi il bambino che stava con lui, perché con quel freddo le sponde dell’Inn e dei buoni tratti anche là dove il fiume si faceva piú largo sarebbero rimasti gelati per settimane e lui voleva insegnare a pattinare ad Hans; fu così che conobbi il suo nome.  Mio padre chiese il numero, poi prese da un gancio appeso al muro i miei pattini, che usavo dall’anno prima, e li mostrò all’uomo per capire se, uguali a quelli, gli sarebbero andati a genio. Quello disse che erano perfetti e a chi appartenevano quei bei pattini; io allora, per paura che se li portasse via, dissi che erano i miei e aggiunsi con spavalderia che li usavo dall’inverno prima, il che era vero, ma in realtà avevo imparato solo verso la fine della stagione a mantenermi bene in equilibrio. Allora l’uomo, tutto contento, rispose che magari potevo uscire qualche volta con Hans e insegnargli anch’io visto che ormai ero un esperto: scambiò un’occhiata con mio padre come a dire che aveva capito che esageravo un poco. Mio padre si accordò con l’uomo e, prima che riuscissi a dire una parola, erano già andati via ma in cuor mio speravo che il bambino tornasse, perché stavo quasi sempre solo. I ragazzi piú grandi non mi volevano tra i piedi e non conoscevo bambini simpatici della mia età, così fu con vera gioia che rividi Hans, credo due settimane dopo, venuto con il padre a ritirare i pattini: erano riusciti molto bene, precisi ai miei come disse mio padre, ma a me sembrava che i miei fossero piú belli anche se piú consumati. L’uomo chiese se volevo andare con loro, la mattina dopo, e risposi che sarei andato volentieri se mio padre mi avesse dato il permesso. Così la mattina seguente scivolavo sul ghiaccio dell’Inn mentre Hans cercava di stare in piedi e un po’ mi dispiaceva umiliarlo a quel modo, e passargli davanti mentre lui ancora non era capace, ma dopo un po’ tornai lí vicino e gli mostrai come fare per non cadere; lui naturalmente cadde lo stesso diverse volte, ma si divertiva a provarci e suo padre pareva contento che fossimo diventati amici. Passò così quell’inverno, e fino ad aprile il ghiaccio non si sciolse e i vecchi seguitavano a dire che un freddo del genere non lo ricordavano in tutta la loro vita. In quei mesi Hans era riuscito a mantenere l’equilibrio abbastanza bene e ormai uscivamo da soli stando ben attenti a non passare nei punti dove la lastra di ghiaccio era piú fine.  Era accaduto anche un altro fatto quell’inverno. In una delle nostre uscite notammo un bambino schizzare via veloce, come mai avremmo creduto possibile e poi farci il verso mentre tentavamo invano di stargli dietro. Altre volte si comportò in quella maniera, e mentre si allontanava sul ghiaccio urlava che io e Hans eravamo due mocciosi, solo perché, come nel frattempo avevamo scoperto, aveva un anno piú di noi e già sapeva leggere perché andava a scuola.  Ogni volta ci sentivamo pieni di rabbia e gridavamo che l’avremmo riempito di botte, al che quello si voltava ridendo come un matto. Una domenica stavamo nel solito posto appena fuori il boschetto di betulle ad allacciarci i pattini presso una staccionata, quando udimmo delle grida provenire da poco lontano. Infilammo i pattini il piú in fretta possibile e intanto la voce seguitava a chiamare aiuto. Arrivati senza fiato fin dove iniziava il pericolo, notammo qualcuno con la gamba intrappolata nel ghiaccio che si muoveva per cercare di tirarsi fuori, ma piú si divincolava piú il ghiaccio intorno si rompeva e presto sarebbe caduto tutto nel fiume. “È lui” disse Hans e infatti era proprio il ragazzino che tanto spesso ci aveva derisi. Gli passammo vicini, ma non troppo, quasi contenti che gli fosse capitata quella disgrazia e intanto, come due schiocchi, facevamo boccacce e sghignazzi mentre quello affondava sempre piú. Ci guardava disperato e piangeva forte finché, capita la gravità della situazione, e mi pare ancora incredibile pensando che avevamo solo cinque anni, cercammo sulle sponde qualcosa per afferrarlo, e trovato un grosso bastone lo trascinammo a fatica fin da lui, che vi si aggrappò con tutte le forze.  Lo issammo fuori con una fatica che ricordo sproporzionata ai nostri corpi di bambini, e una volta fuori dissi ad Hans di star lí con lui mentre io correvo a dire a mio padre quello che era accaduto. Intanto il bambino non parlava e tremava dal freddo e prima di correre a dare l’allarme gli tolsi i guanti zuppi d’acqua e gli infilai i miei; mio padre, con altri vicini, arrivò dopo un tempo che mi sembrò durare in eterno, ma forse erano solamente pochi minuti, lo presero e l’avvolsero in alcune coperte e gli uomini dissero che eravamo stati davvero coraggiosi e che quel bambino sarebbe stato bene ma a noi non importavano le loro lodi tant’era lo spavento preso, quando avevamo capito che quello sbruffone rischiava di morire davvero nell’Inn. I giorni passavano e del ragazzino si sapeva solo che la febbre alta non l’aveva piú abbandonato e i grandi ne parlavano come “quel povero ragazzo” quasi fosse stato già morto. Io e Hans volevamo passare a trovarlo, ma la paura di vederlo in un letto mezzo morto ci tratteneva, così seguitavamo le nostre scorribande sul ghiaccio, senza però la gioia di prima, e sempre speravamo che non morisse visto che l’avevamo tirato fuori. E alla fine non morì: me lo trovai davanti alla bottega di mio padre, una domenica che ritornavo dopo la Messa ed avvicinandomi ebbi un sussulto come avessi visto uno spettro. Lui, seppur ancora pallido per la malattia, rise della mia paura, e a me parve che tutto fosse tornato come prima; in tasca aveva i miei guanti, li prese e me li passò, poi disse se da lí a qualche tempo a me a ad Hans sarebbe piaciuto pattinare con lui, ben vicino alla riva, s’intende. Rimasi sbalordito ma gli dissi di sí anche per il mio amico, e fu così che diventammo inseparabili, io, Hans e Joseph, e la madre di quest’ultimo gli gridava sempre di stare attento al ghiaccio quando s’andava fuori e quando quell’inverno fu terminato iniziarono le scuole, e insieme al nostro antico nemico imparammo anche noi a leggere e scrivere e far di conto, anche se ormai da un pezzo Joseph non ci prendeva piú in giro. Nella nostra classe stava appeso il ritratto di un vecchio, un tal signore baffuto che un tempo, ricordavano i piú vecchi che passavano dalla bottega, era stato un bell’uomo anche se niente a paragone dell’imperatrice. Era il Kaiser Franz Joseph e mio padre diceva che bisognava rispettarlo perché in tanti anni di regno era stato capace di amministrare gli immensi confini dell’impero, diventando addirittura amico e re degli ungheresi che prima lo odiavano. “Ma quello è merito della nostra compianta imperatrice” commentava mio padre, accarezzando un suo piccolo ritratto che conservava accanto a quello di mia madre, morta nel mettermi al mondo. Quando raccontavo queste storie ad Hans lui diceva di sapere già ogni cosa,  ed era vero perché leggeva tanti libri quanti io immaginavo di non riuscire a leggerne in tutta la mia vita. Suo padre era uno speziale e quando andava fuori città a qualche fiera tornava sempre con dei libri per Hans; lui prima li leggeva da solo, poi ne portava uno alle nostre riunioni segrete nei boschi, e mentre io e Joseph ascoltavamo rapiti, lui recitava con aria solenne i versi e i racconti che tanto amava. La nostra infanzia trascorse così, tra letture fantastiche e bagni nell’Inn in estate, i pattini quando tornava il freddo inverno, la nostra adolescenza alla ricerca di qualche ragazzina che non ci detestasse. Avevamo quattordici anni quando scoppiò la guerra ed esultanti corremmo per le strade, tutte piene di gente in subbuglio occupata a leggere le ultime notizie dai giornali, sperando di essere chiamati anche noi al fronte anche se tutti dicevano che eravamo troppo giovani e mio padre in particolare lo sottolineava, come a farsi coraggio e convincersi che non avrebbe perso anche me, che ero l’unica cosa che gli restava. Lo ripetevano anche le sorelle Von Lichem, che di tanto in tanto uscivano con noi e che già noialtri consideravamo nostre fidanzate. E invece la guerra ci portò via, da lí a qualche anno, anche se davvero eravamo troppo giovani. Io e Hans ci eravamo appena diplomati (Joseph aveva terminato gli studi l’anno prima) che la guerra ci tolse da tutto quanto avevamo di piú caro. Noi speravamo ancora di tornare a casa ornati di medaglie, fosse anche senza un braccio ma fieri combattenti della Patria. Progettavamo la nostra partenza in ogni dettaglio, quasi giocassimo ancora a costruire fortini sugli alberi e con la fantasia c’immaginavamo audaci ed invincibili nella battaglia. Ma una cosa non avevamo previsto e la scoprimmo il giorno fissato per la partenza mentre dal nostro scompartimento guardavamo muti l’Inn scorrere poco lontano dai binari del treno e le montagne di Innsbruck si allontanavano ad ogni sbuffo e i volti dei nostri cari, anche di mio padre che a furia di lavorare il legno aveva mani ruvide e nodose e delle sorelle Von Lichem con i fazzoletti in mano, diventavano sempre piú piccoli e sfocati finché scomparvero del tutto, ed era il dolore che sempre procura una separazione. Vedevo gli amici fissare pensosi le sponde del fiume ed ero sicuro che, come me, ripensavano ai nostri giochi d’infanzia e con la mente già tornavano a quei posti, quei luoghi in cui, insieme, avevamo passato intere giornate senza sospettare che un giorno li avremmo lasciati e già il rimpianto prendeva il posto dell’iniziale ardore. Accadeva davvero e davvero potevamo morire: solo in quel momento ce ne rendemmo conto sul serio. Il conflitto era già iniziato da tre anni quando arrivammo in quella valle e per la prima volta salimmo sulle sue alte cime, costantemente innevate; siccome avevamo qualche cognizione di medicina, ci affidarono al reparto sanità. Non starò qui a raccontare quanti fratelli cercammo di salvare con i pochi farmaci e le misere bende che avevamo a disposizione, né quanti spirarono nell’infermeria improvvisata che noi, con altri due medici veri, avevamo scavato nel ghiaccio, basti dire che furono talmente tanti che dopo un po’ dimenticavo i loro volti e perdevo ogni fisionomia, ed alla fine ognuno pareva sempre la stessa persona. Avevamo rifugi nelle caverne e baracche dove si tentava di non morire di freddo e Joseph disse che a confronto di quelle bufere il freddo dell’Inn gli sembrava quasi caldo. Hans s’era portato dei libri ed alla sera, quando anche gli italiani riposavano, leggeva per i nostri commilitoni, che come noi anni prima restavano affascinati da quel suo particolare modo di raccontare. Di giorno si rinforzavano i forti, si scaricavano le teleferiche che trasportavano cibo e altro di cui lassú c’era bisogno e quando, dopo il sempre faticoso cammino nella neve, ci si avvicinava ai presidi degli alpini, allora infuriava la battaglia e senza rendercene conto in un attimo piovevano morti da ogni dove e da una parte e dall’altra si udiva il grido dei soldati e piú di tutti quelli di chi stava per morire. Nessuno di noi tre lo ammise, ma fummo contenti di essere in quel reparto, noi con la nostra smania di combattere, con i nostri progetti di gloria, perché trovarsi davanti un uomo e sparargli così, senza sapere neppure chi fosse, per i nostri compagni dev’essere stato terribile e anche se, dopo, festeggiavano la vittoria e cantavano allegri nelle baracche, in fondo c’era lo strazio per aver ammazzato degli uomini; udii anche gli alpini, una volta che la notte era calma e chiara e pensai che anche da loro esisteva chi si lavava le mani del sangue altrui con profondo disgusto per ciò che aveva compiuto. Era dura lassú, con i piedi sprofondati nella neve, pensare alle nostre case riscaldate da un fuoco scoppiettante, e sempre il pensiero tornava a chi avevamo lasciato con una nostalgia che ammorbidiva anche i dissapori ed i litigi che c’erano stati. Noi tre non facevamo che aiutare i medici nel loro lavoro, che il piú delle volte consisteva nel somministrare quel poco di morfina che avevamo a chi era stato colpito da una granata o una scheggia o da un colpo partito dal fucile nemico e aspettavamo con loro la morte mentre parlavano ad una madre lontana. Ci guardavamo negli occhi seduti uno accanto all’altro fuori dall’infermeria, e senza parlare ognuno sapeva che nell’altro ogni entusiasmo per la guerra s’era spento. Nei momenti di calma parlavamo di ciò che avremmo fatto tornati ad Innsbruck e mentre io e Joseph pensavamo di metter su una fabbrica di pattini da ghiaccio Hans stava sempre sul vago, diceva che piú di tutto gli sarebbe piaciuto scrivere, e infatti ogni giorno, la sera, si metteva seduto ad una specie di rozzo tavolino di legno e scriveva lunghe lettere al padre e poi annotava le sue impressioni su un taccuino di pelle che non ha mai voluto mostrarci. Ridevamo, anche, ricordando gli scherzi e i nostri giochi nell’Inn, certe estati afose che nel pomeriggio ci riempivano di sonnolenza ed il mese di settembre, quando da noi già comincia a rinfrescare. E venne settembre anche sulle cime. Da settimane il comando preparava un’offensiva per sorprendere gli alpini e riprenderci punta San Matteo, un’impresa tanto ardita da sembrare impossibile anche ai nostri tenenti, ma era in gioco l’onore della Patria e, dicevano, si doveva tentare il tutto per tutto. Il giorno prima, mentre, solo, guardavo la valle sottostante ed i miei occhi incontrarono la luce accecante del sole, un alito gelido percorse tutto il mio essere. Non era il solito freddo provato tutti i giorni a quelle quote, che ormai conoscevo bene, era qualcosa di diverso, una paura che mi accompagnò per tutta la notte. Il giorno successivo, prima dell’alba, scalavamo la parete vetrata ancora illuminata dai fili argentei della luna, mentre gli italiani dormivano nei loro accampamenti ignari d’ogni cosa: da lassú, nelle loro caverne di neve simili in tutto alle nostre, s’erano illusi di aver eretto un baluardo alla gloria italiana. Io avevo perso i guanti, Joseph con un sorriso mi passò un paio dei suoi. Tutto si compì rapidamente: i primi caddero subito, forse ancora addormentati neppure se ne accorsero; altri tentarono di fuggire lanciandosi velocemente giú per i pendii ma furono decimati dai colpi della mitragliatrice e subito la neve divenne rosso sangue, altri ancora si arresero e divennero nostri prigionieri. Mentre infuriava la battaglia, guardandomi intorno vidi parecchi dei nostri riversi  a terra ormai privi di vita, ma non c’era tempo per pensare o per piangere, solo per andare avanti, sempre avanti, difendersi alla bell’e meglio, recuperare i feriti accasciati sotto la pioggia scintillante. Trovai ancora vivo con una pallottola nella gamba Karl, un ragazzo del mio quartiere di Innsbruck e lo caricai su una barella improvvisata, portandolo verso una grande roccia che fece da scudo ed in quella fui raggiunto dai miei amici, anch’essi con due compagni feriti ma ancora in vita. Li lasciammo lí alle cure dei medici e per tre volte ancora affrontammo l’inferno per cercare di salvare chi ancora aveva speranza, mentre i colpi rimbombavano in testa, sui costoni delle vette, echeggiavano nell’aria. Sotto un monticello di neve scorgemmo muoversi una mano: apparteneva ad un nostro commilitone, uno di quelli che con la guerra speravano di fare carriera e che noi tre detestavamo. Tuttavia non potevamo lasciarlo lí sotto, ed insieme, procedendo carponi, lo raggiungemmo togliendo la neve e, sempre in quella posizione, lo trascinammo con gli altri. L’avevamo appena consegnato nelle mani dei due dottori, quando quel refolo di vento mi raggiunse di nuovo, e credo accadde contemporaneamente anche agli altri perché rabbrividirono entrambi. Per la prima volta dopo quei mesi di freddo intenso percepii un gran calore che partiva dal torace e saliva su, insieme a un boato di vento da togliere il fiato; volavo e insieme a me volavano i miei amici e pensavo che era ben strano volare senza ali tra gli sbuffi di neve e intanto il vento non smetteva di soffiare, finché si stancò e ci fece cadere all’indietro, con un botto, uno sopra l’altro, ad osservare a testa in giú i soldati che continuavano ad ammazzarsi e guardavamo con lo stupore di chi, ancora, non ha capito. Ad Hans scivolò fuori dalla giubba il taccuino di pelle, allungò una mano per prenderlo ma quello scivolò piú giú, non tanto lontano ma abbastanza per non essere piú ripreso. Joseph si sforzava di dire qualcosa, vedevo la sua bocca contorcersi per far affiorare delle parole e piangeva nello sforzo di esprimere quei suoi ultimi pensieri che invece si cristallizzarono per sempre sulle sue labbra: pensava forse a sua madre che sempre gli raccomandava di stare attento al ghiaccio. Io stavo lí, stretto ai loro corpi, con occhi sbarrati vedevo continuare la battaglia ed infine esultare i nostri commilitoni per una vittoria di cui ormai non m’importava piú. Poco prima uno dei medici aveva tentato di raggiungerci, ma una scarica di mitraglia degli alpini lo aveva fermato, così ci lasciarono lí, insieme come lo eravamo sempre stati e vedemmo sbiadire con il tempo le parole contenute nel taccuino di Hans, le pagine girate dal vento, a volte strappate, e le divise di cui tanto andavamo fieri si dissolsero poco alla volta lasciandoci quasi nudi, finché la neve e poi il ghiaccio, quel ghiaccio un tempo amico che ci aveva fatti conoscere sull’Inn, coprì i nostri corpi. A me dispiaceva soprattutto per mio padre, che sarebbe rimasto là, nella bottega, ad aspettare invano un figlio disperso chissà dove e avrebbe lavorato tanto per soffrire meno, e le sue mani sarebbero diventate ruvide come carta vetrata e l’impossibilità di lenire almeno un poco il suo dolore fu il mio piú grande rimpianto. Ora i nostri nomi non importano piú. Sepolti nel ghiaccio per tanto tempo, perfino noi li abbiamo quasi dimenticati: siamo diventati dei numeri, tre croci in piú di quella guerra e null’altro. Per lunghi anni abbiamo atteso di rivedere la luce del sole, che filtrava appena sotto la spessa coltre di ghiaccio e neve, di sentire ancora la brezza del vento accarezzarci la pelle e respirare gli odori agrodolci della primavera sulle cime. Per piú di ottant’anni gli animali che si spingono fin quassú sulle crode piú impervie sono stati i nostri unici compagni: gli stambecchi, qualche marmotta, l’aquila reale che volando sopra i nostri corpi ci fissava con occhi stranamente pietosi, per una come lei abituata a non avere pietà se vuole sopravvivere. I primi tempi anche lei volteggiava vicino a noi tentando di beccarci, l’ombra delle sue grandi ali s’avvicinava minacciosa mentre noi, inerti, aspettavamo la sua discesa sui nostri corpi per straziarci, con la disperazione di chi non può difendersi in alcun modo e sa che solo un colpo di fortuna o la misericordia di Dio potranno evitare la sciagura. I primi tempi, dicevo, la signora delle cime tentò di portare al nido dal suo aquilotto pezzi di noi, ma sempre qualcosa le impediva di afferrarci con i suoi artigli, fosse un improvviso colpo di vento o un movimento di vita piú a valle che attirava la sua attenzione ed allora sospiravamo in silenzio di sollievo e intanto faceva sempre piú freddo su quel lembo di montagna. Anche adesso, ora che riposiamo nella terra e non piú nel ghiaccio, continuiamo a sentire freddo: è il freddo del non aver avuto la possibilità di dire addio  alle nostre madri, ai padri, alle morose che ci aspettavano a casa, è il freddo di aver perso la giovinezza e la vita ancor prima che cominciassero davvero e forse è ancora il freddo del ghiacciaio che avvinghia le nostre ossa e non vuole lasciarci andare, anche se noi ormai siamo lontani dal suo abbraccio gelido. Un colpo di piccone ci ha fatto rivedere quel luogo e tutto era cambiato: non piú alpini, non piú Kaiserschützen né cannoni, né teleferiche e grida e ordini o camminamenti nella neve, solo silenzio. Mentre ci toglievano a forza dal ghiaccio intravidi un pezzetto, piccolissimo, del taccuino di Hans, tanto minuscolo da risultare invisibile agli occhi degli uomini che lavoravano per portarci via dalla montagna, ma io lo scorsi, e da quant’era rovinato e stinto capii che molti e molti anni erano passati da quel settembre e che nessuno costruiva piú pattini di legno nella bottega di Innsbruck. Ho rivisto, dopo averli unicamente sentiti accanto a me per tanto tempo, i miei amici: Hans aveva ancora la mano protesa verso il taccuino, Joseph la bocca aperta, forse per sussurrare un addio. Ho sentito quegli uomini stupirsi dei miei occhi spalancati: ma è così quando la morte ti passa accanto e ti afferra prima che tu abbia il tempo di accorgertene. Adesso siamo qui, vicini, in un pezzo di terra che non è la nostra terra e di notte sentiamo ancora lo scricchiolio del ghiaccio nelle ossa e nessuno sa chi siamo veramente e perciò abbiamo solo una croce di legno ciascuno, senza alcun nome scritto sopra. Ma noi li conosciamo: Louis, Hans e Joseph, fratelli nella vita e nella morte.








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