giovedì 8 novembre 2012

LA DONNA DELLE FUCINE-PRIMA PARTE DEL RACCONTO



Così inizia il racconto “La donna delle Fucine”, ispirato al luogo omonimo nel paese di Cavizzana (Trentino) che si dice sia stato maledetto.

LA DONNA DELLE FUCINE


Maria era l’ultima di dieci fratelli, tutti periti di fame e stenti durante i lunghi e rigidi inverni della montagna, prima che lei venisse al mondo. Quando nacque, in un mese imprecisato dell’autunno 1610, non ci furono festeggiamenti, neppure un pizzico di gioia da parte dei genitori che per lavorare la campagna contavano sull’aiuto delle forti braccia di un ragazzo; la madre si vestì di nero per un mese dopo il parto, a simboleggiare la disgrazia che aveva colpito la famiglia, il padre non guardò il volto della bambina per giorni e non poteva impedirsi di pensare ai ragazzi persi precocemente. Così la bambina crebbe senza affetto, quasi abbandonata a se stessa nel piccolo borgo di casupole di legno sorte in mezzo al bosco, quando ancora l’uomo e la natura sapevano ascoltarsi e rispettosamente vivere in comunione. Al momento della nascita la levatrice, osservando quella creatura gracile, aveva detto convinta: “Non durerà” scuotendo la testa. Sapeva quello che diceva, in tanti anni d’esperienza ne aveva visti molti di bambini così, corpicini d’ossa esposti al freddo degli inverni e alla miseria quotidiana. Invece, man mano che il tempo passava, fu chiaro che la levatrice si era sbagliata. La bambina si irrobustiva nonostante le poche cure dei genitori, non si ammalava come i fratelli ad ogni spiffero di vento. Il padre e la madre, contadini e allevatori, se la tiravano dietro di malavoglia per i campi, quasi sperando che un animale selvatico la portasse via o una vipera facesse capolino dai cumuli del fieno per morderla mortalmente. Non riuscivano infatti ad amarla poiché la sentivano come un’estranea, un inutile fardello da sfamare che non avrebbe portato nulla di buono. Per causa sua, il desiderio di un altro figlio, ovviamente un maschio, non si sarebbe piú realizzato; la levatrice era stata chiara, un altro parto come quello significava la morte. “Cosa ne facciamo?” dicevano gli occhi di suo padre mentre osservava con invidia i bambini degli altri farsi grandi. Lui e la moglie erano i soli in paese ad avere un’unica figlia femmina e quindi nessuno cui insegnare un’arte, su cui poter contare nei lavori in campagna, inoltre un giorno Maria si sarebbe sposata e per il matrimonio serviva una dote. Si sentivano degli esclusi, dei poveri diavoli cui il destino aveva riservato solo dolori e delusioni. La madre giornalmente si recava in chiesa per chiedere perdono a Dio dei peccati commessi augurandosi ogni volta di trovarvi, magari in un cesto davanti al portone, un bambino abbandonato da qualcuno, come già era accaduto ad una donna diversi anni prima, contemporaneamente il padre vagava per casa bestemmiando contro la sorte avversa. Una sera quest’ultimo, di ritorno da una bevuta con gli amici, rincasò più allegro del solito e per la prima volta sorrise alla bambina che dormiva nella culla.

“Ho la soluzione” disse gongolando alla moglie, infilandosi a letto. Si era improvvisamente rasserenato, ora che intravedeva una speranza all’orizzonte.

“Quale soluzione? Di che parlate?” chiese lei.

“Della bambina. La porteremo dalla Donna Silvana”.

Sentendo quelle parole la moglie corse a prendere un crocifisso e prese a recitare preghiere come ad allontanare il malocchio.

“Siete impazzito? Quella donna è maledetta, dicono che sputi veleno e parli con il diavolo! Il reverendo la chiama eretica, dice che un giorno o l’altro la bruceranno sul rogo.”

“Che parli con chi vuole!” rispose il marito, tra l’irritato ed il divertito per la superstizione della moglie che nel profondo però condivideva, “alla locanda dicono che pratica arti magiche, che può far avverare desideri. Se avvera il nostro, per me può essere anche Satana in persona!”.

E così dicendo spiegò alla donna, sempre piú impaurita, ciò che aveva sentito, che la Donna Silvana poteva salvarli dal disonore, donargli finalmente quel ragazzo che tanto volevano.

“Io non berrò quella robaccia che rimesta di continuo sul focolare. Non posso! Chissà cosa ne penserebbe il parroco!” singhiozzò la donna.

“Lasciate stare i preti. Non la berrete voi, ma la bambina. La Donna Silvana fa incantesimi… di trasformazione, li chiamano” spiegò con l’aria di uno che la sa lunga.

“Di trasformazione?”.

“Sì, sì…insomma la farà diventare un ragazzo!”

“Oh Gesù mio! Oh Gesù mio!” prese a disperarsi la donna “Che corbelleria è mai questa? Neanche il Padre Eterno è capace di simili prodigi!” e riprese a gridare e recitare Ave come per allontanare il maligno che temeva si fosse insinuato in casa da quando il marito aveva iniziato a parlare di quelle eresie.

Il marito, seccato, tagliò corto. L’indomani avrebbe condotto la piccola dalla strega, in quel luogo chiamato dai paesani le Fucine. Era quello un posto un po’ distante dal villaggio, raggiungibile tramite una stretta stradina che s’inerpicava nel bosco fitto di conifere. La casetta della Donna Silvana era come incastonata nella roccia, protetta dall’edera che si arrampicava sui muri camuffandone la presenza. L’uomo aveva deciso di andare fin lí da solo, convinto che la diffidenza della moglie potesse essere nociva per il sortilegio, ma in quel momento, mentre bussava tenendo in braccio la bimba, il timore dell’ignoto oltre quella porta lo rendeva nervoso. Pensò addirittura di andarsene prima che fosse troppo tardi, eppure qualcosa lo tratteneva sull’uscio. Passò qualche istante prima che la porta si aprisse: finalmente la Donna Silvana apparve sulla soglia. Con sua grande sorpresa, non era un’orribile figura bitorzoluta, malconcia e gobba, come invece la descrivevano in paese (dove in realtà nessuno l’aveva mai vista) né la casetta odorava di zolfo o di creature immonde che bollivano in qualche tegame.

“So già tutto” disse lei prima che l’uomo potesse aprire bocca. “Portate questo a vostra moglie, ditele di farlo bere alla bambina ogni sera per sette giorni consecutivi”.

“Ma…funzionerà?” chiese allora l’uomo, sbigottito.

“Certo.  Le mie pozioni non falliscono mai” rispose con una punta d’irritazione nella voce la Donna Silvana. “Si paga in anticipo”.

L’uomo pagò senza fiatare, consegnandole tutti i soldi che aveva portato con sé in una saccoccia, i risparmi di molti mesi. Per sette giorni la bambina bevve dalla boccetta della strega e nessun cambiamento si notava ancora in lei. “Forse bisogna aspettare ancora perché faccia effetto” si ripetevano i genitori, ma passavano i giorni ed il risultato era sempre lo stesso. Alla fine il padre, dimentico di ogni timore, derubato e con ancora una figlia in casa, bussò per la seconda volta dalla Donna Silvana, stavolta senza più esitazioni ma quasi sfondando a pugni la porta.

“Rivoglio i miei soldi! Mi avete ingannato, mia figlia non è divenuta un maschio!” tuonò.

“Certo che no” rispose serafica la Donna Silvana “Non nel senso che credete voi. Aspettate qualche anno e vedrete” e così dicendo lo chiuse fuori casa senza tanti complimenti.

 All’uomo non rimase che ritornare sui suoi passi, mogio mogio, mugugnando di tanto in tanto ingiurie contro le donne e contro quella appena lasciata in particolare e l’unica consolazione fu raccontare agli amici della locanda quanto fosse brutta e gobba la Donna Silvana. Solo il tempo, unicamente il lungo concatenarsi dei giorni avrebbe dimostrato l’effetto della pozione. Maria nel frattempo cresceva, nessuna malattia infantile l’aveva mai colpita e pur passando molte ore al giorno a vagare, sola, nei boschi, nessun animale le aveva mai dato fastidio, né lei a loro: era infatti una creatura selvaggia e indipendente. Nei suoi primi anni iniziò a camminare, a parlare senza l’affetto dei genitori, che continuavano a curarsene poco. Anni piú tardi, ormai adolescente, cominciò ad aiutare il padre in tutti i lavori nei campi, ad occuparsi dei capi di bestiame che allevavano e che consentivano il sostentamento della famiglia, se ne andava perfino alla fiera annuale, dove contrattava con abilità sul prezzo delle bestie con gli altri allevatori. I genitori, anziché essere grati per quell’aiuto insperato, trovavano sconvenienti i comportamenti di Maria.

“Non sta bene che una ragazza si occupi di affari” le diceva il padre “Andare alla fiera! Che ne sa una donna di soldi!” commentava, benché la vendita dell’ultima giovenca, grazie a Maria, avesse fruttato un bel gruzzolo. La rimproveravano di continuo, senza alcuna logica perché in realtà la ragazza era davvero un aiuto per loro, ma in lei vedevano solo una ragazza e, in quanto tale, un essere debole, poco avvezzo alle questioni economiche, incapace di cavarsela in faccende pratiche.

“Pensa a sposarti” le diceva la madre, anche se la dote continuava ad essere un problema “tuo marito sì, che potrebbe far andare avanti la campagna”.

“Ma anch’io posso!” protestava Maria, ma le sue erano parole al vento.

“Tu, cara, sei solo una ragazza” rispondevano e tuttavia, pur non approvandola, non rifiutavano la sua collaborazione.

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